(Da Cipro) E’ l’unica capitale di Europa attraversata ancora da un “muro” che la divide in due, la parte greco-cipriota a sud da quella turco-cipriota a nord. Per andare da una parte all’altra della città occorre attraversare due check-point e mostrare il passaporto. Siamo a Nicosia e la sua separazione fisica e politica è il risultato di decenni di conflitti, tensioni etniche e ingerenze internazionali. Risale al 1974, ai tempi dell’invasione turca dell’isola di Cipro. Una storia difficile che ha lasciato ancora oggi traumi profondi e ferite ancora aperte.
I vescovi dell’Unione Europea hanno scelto questa città, Nicosia, come sede quest’anno dell’Assemblea plenaria di primavere. Ad accoglierli, c’è anche l’arcivescovo ortodosso di Cipro Georgios III che ha aperto ai vescovi europei non solo le porte della sua residenza ma anche il cuore del suo popolo e della sua tragica storia. “Per otto secoli, Cipro è stata occupata da potenze straniere”, dice nel grande salone dorato dove il Sinodo elegge il suo arcivescovo.
“La nostra isola è piccola, ma la sua posizione geopolitica è estremamente importante, e molte nazioni hanno combattuto per il suo controllo”.

Filo spinato e barili a delineare la “Linea Verde” che taglia in due la città di Nicosia (Foto SIR/Biagioni)
Da 52 anni, la Turchia occupa il 37% dell’isola. L’arcivescovo racconta che più di 520 chiese sono state distrutte nel territorio occupato. Molte di queste sono state demolite, altre sono state utilizzate come basi militari. In altre ancora non è consentito ai cristiani di utilizzarle come luoghi di culto. In alcuni casi è stata data l’autorizzazione a restaurarle, ma non sono mai state restituite. “Noi finanziamo i progetti di restauro nella speranza che queste chiese possano essere preservate e utilizzate negli anni futuri. Tuttavia, le nostre chiese continuano a esserci sottratte”. “È con grande tristezza che vi racconto tutto questo”, confida l’arcivescovo. “Vi pongo questa questione perché come capi delle Chiese in Europa, vi chiedo il vostro aiuto”.
“Vi chiediamo, ovunque vi troviate e se avete accesso alle organizzazioni competenti, di sostenere Cipro cristiana”.

L’incontro dei vescovi Ue con l’arcivescovo ortodosso di Cipro Georgios III (Foto Biagioni/SIR)
“Siete una Chiesa con una lunga storia, che ha svolto un ruolo decisivo per tutto il popolo”, ha detto mons. Mariano Crociata, presidente della Comece nel rispondere a nome dei vescovi europei all’appello dell’arcivescovo Georgios III. “Per noi è un onore essere qui in un momento significativo per l’Europa e il Mediterraneo e nel semestre in cui il governo di Cipro presiede l’Unione Europea”. “Le assicuriamo – ha aggiunto – l’impegno di trasferire, nelle sedi opportune, le vostre preoccupazioni. Auspichiamo che questa Chiesa possa vivere serenamente e in tutta sicurezza la propria missione”.

Messa dei vescovi Ue nella Chiesa maronita della Santa Croce a Nicosia (Foto Biagioni/SIR)
Tra i vicoli della città vecchia di Nicosia risuona la preghiera del meuzzin. E’ un crocevia di suoni, odori, etnie, chiese e moschee. La Chiesa cattolica latina di Santa Croce si trova a pochi metri dalla cattedrale maronita di Nostra Signora delle Grazie ed entrambi gli edifici lambiscono la “Linea verde” che divide in due la città, visibile per il filo spinato e i palazzi svuotati, diventati ruderi. E’ qui, che la comunità cattolica si è riunita per accogliere i vescovi europei e partecipare con loro alla messa.

Nicosia, la comunità multietnica della chiesa cattolica a Cipro (Foto Biagioni/SIR)
Ci sono libanesi, filippini, europei di molti paesi, africani di paesi diversi. Un mosaico vivente di nazioni e popoli. Le lingue si mischiano così come le culture e le storie, “eppure – dice nell’omelia padre Bruno Varriano, Vescovo ausiliare del Patriarcato Latino di Gerusalemme – una sola fede, un solo battesimo, un solo Signore ci unisce e in un mondo spesso segnato dalla divisione, la nostra comunità diventa un vero segno che l’unità non è uniformità, ma comunione in Cristo e fraternità”. Ed aggiunge: “Quest’isola, così bella e così ricca di storia, continua a erigere muri di divisione. La presenza della separazione, il ricordo del conflitto e l’esperienza dell’occupazione non sono realtà astratte. Plasmano vite, famiglie e comunità”.
“Eppure, proprio qui, il Vangelo ci chiama non alla rassegnazione, ma alla speranza e in un mondo e in una terra segnati dalla divisione, ogni nostro gesto di comunione diventa segno profetico”.

