Non solo contenuti e obiettivi, ma soprattutto un metodo. È questo l’elemento che più caratterizza il nuovo Piano Strategico 2026-2028 dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, presentato oggi nella sede di Roma: un processo condiviso, partecipato e fondato sull’ascolto, che richiama da vicino, per impostazione e spirito, quella prassi ecclesiale che prende il nome di sinodalità. Il documento è infatti

(Foto Calvarese/SIR)
“anzitutto fondato su un metodo partecipativo, sulla collaborazione attiva di tutta la comunità universitaria, sulla co-progettazione e sull’ascolto dei principali interlocutori per scrivere insieme il futuro dell’Ateneo per i prossimi tre anni”, ha sottolineato la rettrice Elena Beccalli aprendo la presentazione. Un’affermazione che non resta dichiarazione di principio, ma trova riscontro nei numeri e nel percorso: 9 mesi di lavoro, 34 workshop tematici, 665 partecipanti, oltre 1.700 contributi raccolti tramite survey e 54 proposte progettuali emerse da una call for ideas. Un vero e proprio laboratorio comunitario, in cui docenti, studenti, personale e interlocutori esterni hanno contribuito alla definizione delle linee strategiche. Un’impostazione che, pur senza essere formalmente definita “sinodale”, ne riprende chiaramente i tratti distintivi: ascolto diffuso, discernimento condiviso, corresponsabilità nelle decisioni. Un approccio ancora poco diffuso nel panorama accademico, spesso orientato a modelli più verticistici o tecnico-amministrativi. A evidenziare la portata innovativa del metodo è stato anche mons. Angelo Vincenzo Zani, archivista e bibliotecario emerito di Santa Romana Chiesa, intervenuto alla presentazione:

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“Il metodo seguito nella sua elaborazione ricopre un grande valore umano, culturale e accademico, in uno straordinario laboratorio di dialogo e scambio che ha reso tutti protagonisti di una comunità universitaria che si interroga e prende coscienza del suo grande compito”. Parole che restituiscono il senso di un processo non solo organizzativo, ma anche formativo e identitario. In questo orizzonte si colloca anche un’ambizione esplicita: accompagnare l’Ateneo verso il futuro fino a renderlo, nelle parole richiamate durante la presentazione, una “migliore università per il mondo”. Un obiettivo che non si misura soltanto nei ranking, ma nella capacità di generare impatto culturale, sociale e scientifico a partire dalla propria identità. Il Piano si articola attorno a 3 indirizzi strategici: valorizzare il profilo di ateneo cattolico non profit, integrare la dimensione di comunità educante con quella di research university, costruire un luogo di esperienza del sapere. Una visione che si traduce anche in scelte concrete sul piano pedagogico, come il service learning e il peer mentorship, strumenti pensati per coinvolgere attivamente gli studenti e renderli protagonisti del percorso formativo.

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Sono 5 i pilastri operativi. Il primo è l’istituzione di una scuola di integrazione dei saperi, pensata per rafforzare l’interdisciplinarità e superare la frammentazione delle competenze: è qui che passa, in modo particolare, la sfida indicata da mons. Zani di “riformare il pensiero coordinando le culture e i saperi separati”. Il secondo riguarda la valorizzazione della ricerca e delle giovani ricercatrici e dei ricercatori, leva fondamentale per rafforzare il posizionamento internazionale dell’Ateneo. Il terzo pilastro è dedicato alla qualità dell’offerta formativa, anche attraverso l’innovazione didattica e l’uso dell’intelligenza artificiale, mentre il quarto ambito è quello dell’internazionalizzazione, tra accreditamenti, percorsi congiunti e una proiezione solidale come nel Piano Africa. Infine, il quinto pilastro riguarda il fundraising, interpretato non solo come raccolta di risorse, ma come costruzione di relazioni ispirate alla reciprocità, per garantire accesso agli studi anche ai più meritevoli. Nel suo intervento, mons. Zani ha anche richiamato il legame tra il Piano e il contesto culturale e geopolitico contemporaneo, sottolineando come la scelta di “traghettare l’Ateneo verso il futuro” rimandi alle radici stesse dell’istituzione. In questo orizzonte si inserisce anche il ruolo internazionale della rettrice Beccalli, recentemente eletta nella Federazione internazionale delle università cattoliche e alla guida della sua sezione europea.

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Ma è soprattutto il metodo a rappresentare il vero valore aggiunto. In un tempo in cui anche il mondo accademico è chiamato a ripensare modelli di governance e processi decisionali, l’esperienza dell’Università Cattolica indica una strada possibile: quella di una progettazione condivisa, capace di tenere insieme competenze diverse, responsabilità diffuse e visione comune. Un percorso che, per molti aspetti, si avvicina a quella “camminare insieme” che la tradizione ecclesiale definisce sinodalità, e che qui trova una declinazione concreta nel governo di un’istituzione universitaria. “Riformare il pensiero coordinando le culture e i saperi separati: una significativa scommessa, il vero valore aggiunto che l’Università Cattolica propone nel panorama degli studi accademici oggi”, le parole di mons. Zani, eco di quelle della rettrice Beccalli, “Un metodo partecipativo, collaborazione attiva di tutta la comunità universitaria, co-progettazione e ascolto dei principali interlocutori per scrivere insieme il futuro dell’Ateneo”.

