Nicolas, diciottenne, mentre lavorava nei campi, ricevette un dono dall’Altissimo che, se immediatamente, non produsse frutti concreti di obiettivi di cambiamento di vita, cambiò il suo animo e divenne, durante la sua vita carmelitana, un dono che gli plasmò la vita e che, comunicato, plasmò gli animi altrui mentre continua oggi a contagiare chi cerca di vivere avendo conosciuto il Signore.
Fu un albero: in pieno inverno, spoglio e rigido ma che in primavera sarebbe rifiorito con foglie e frutti che gli fece intuire e sperimentare una realtà profonda: dalla creazione guardò al Creatore.
Da quel momento Dio non fu più un qualche cosa ma un Qualcuno, una realtà Vivente luminosità della Presenza divina.
Un’intuizione profonda, un sigillo che si impresse nel suo più profondo sentire e lo fece vivere e sentire, ben diversamente, da J. P. Sartre che pur visse un’esperienza analoga fatta narrare al protagonista Antoine Roquentin di La nausea: “Quegli alberi, quei gran corpi sgraziati. Mi son messo a ridere poiché d’un tratto ho pensato alle formidabili primavere che si descrivono nei libri, piene di spaccature, dì scoppi, di sbocci giganteschi. C’erano imbecilli che venivano a parlarvi di volontà di potenza e di lotta per la vita. Si vede che non avevano mai guardato una bestia né un albero. Quel platano, con le sue macchie di tigna, quella quercia mezza fradicia, avrebbero voluto gabellarmele per giovani forze violente che zampillavano verso il cielo. E quella radice? Senza dubbio avrei dovuto rappresentarmela come un artiglio vorace che squarciava la terra, per strapparle il suo nutrimento?
Impossibile veder le cose a quel modo. Delle mollezze, delle debolezze, questo sì. Gli alberi ondeggiavano. Uno zampillamento verso il cielo? Era piuttosto un affloscia-mento, da un momento all’altro m’aspettavo di vedere i tronchi raggrinzirsi come verghe stanche, afflosciarsi e cadere al suolo in un mucchio nero pieno di pieghe”.
Dura e difficile esperienza di nausea per Antoine. Sorgente inesauribile, feconda e zampillante di gioia per Lorenzo: “Non c’è al mondo un modo di vivere più dolce né più felice della continua conversazione con Dio. Possono comprenderla solo coloro che la praticano e la gustano”.
Comporta però una postura di fondo: “Servirsi di tutte le azioni del nostro stato per amare Dio e per trattenere la sua presenza in noi”.
Non solo quando il Sole splende ma soprattutto nei momenti difficili e duri: “Se la navicella della nostra anima è ancora sbattuta dai venti o dalla tempesta, svegliamo il Signore che vi dorme; egli ben presto calmerà il mare”. Perché “Non potremmo mai esagerare nel fidarci in un Amico così buono e fedele, che non ci verrà mai meno, né in questo mondo, né nell’altro”.
Lorenzo non elude il quotidiano e non lo traspone, è conscio di compiere “quello che farò per l’eternità: benedico Dio, lodo Dio, l’adoro e lo amo con tutto il mio cuore. In questo consiste tutto il nostro compito: nell’adorare Dio e nell’amarlo, senza preoccuparsi d’altro”.
Egli è prossimo e vicino a chi subisce la nausea, lo accompagna sorreggendolo perché gli si possano aprire gli occhi dell’anima e percepire quanto fallace è la vista umana mentre quella interiore, fatta pulsare dallo Spirito, rende lo sguardo limpido e diretto: può colpire nel segno e rendere l’esistenza dono gioioso agli altri perché dono ricevuto dal Padre di ogni dono.
Lorenzo visse nella totale e radicale armonia di lavoro intenso ed immersione nella Luce di Colui che è il Presente e desidera rimanere al nostro fianco come zampillo verso il cielo.

