La società e i suoi chiaroscuri. Se ne occupano due titoli in sala. Anzitutto l’opera seconda di Laura Samani, “Un anno di scuola”, racconto che rielabora le atmosfere dell’adolescenza della regista a Trieste, l’amicizia tra i banchi di scuola tra una ragazza svedese e tre coetanei italiani nell’anno della maturità. Il film passa in rassegna sogni, complicità e difficoltà relazionali. In sala anche il francese “Il caso 137” di Dominik Moll, il difficile percorso di indagine di un’ispettrice chiamata a esaminare la condotta di colleghi accusati di aggressione durante la manifestazione dei “Gilets jaunes”. Uno sguardo acuto, tra giallo-investigativo e cinema di impegno civile, illuminato dall’ottima Léa Drucker.
“Un anno di scuola” (Cinema, 9 aprile)
Triestina, classe 1989, Laura Samani ha dato prova di grande abilità e capacità stilistico-narrative con il suo film d’esordio “Piccolo corpo” nel 2021, che l’ha laureata ai David di Donatello come migliore regista esordiente. A distanza di cinque anni ritorna con “Un anno di scuola”, in gara nella sezione Orizzonti all’82ma Mostra del Cinema della Biennale di Venezia (premio miglior interpretazione maschile per Giacomo Covi). Nelle sale con Lucky Red.
La storia. Trieste 2007, in un istituto tecnico Antero, Mitis e Pasini sono tre amici di lungo corso. Stanno per intraprendere il viaggio che li porterà alla maturità. A inizio anno scolastico arriva nella loro classe – di tutti maschi – una ragazza svedese, Fred, che si è trasferita in città per il lavoro del padre. Immediatamente nasce un’amichevole complicità tra lei e i tre ragazzi. Giorno dopo giorno, Fred conquisterà la fiducia del piccolo gruppo, trovando poi l’amore con Antero, il più schivo e profondo. Tra i due nasce un sentimento, che però destabilizza l’equilibrio del gruppo. A farne le spese sarà soprattutto lei… “Questo film – indica la regista – racconta le sfide di crescere come giovane donna in un mondo dominato dagli uomini, dove il corpo e i desideri possono facilmente diventare armi rivolte contro di te”. Laura Samani firma un’opera seconda interessante e acuta, rivelando nuovamente un grande talento. Il film, infatti, brilla soprattutto per il suo modo agile, senza orpelli con cui pedina i giovani protagonisti, li segue tra i banchi di scuola e nelle uscite, sperimentando solidarietà, amicizia, amore, ma anche gelosie brucianti, rigurgiti dolorosi dal passato e pregiudizi taglienti. La regista approfondisce in particolare il personaggio di Fred, una ragazza venuta dal profondo Nord e planata in un contesto ad alta densità maschile. Nella sua classe è l’unica donna, e viene vista quasi come un’aliena. Fred porta tutta la sua innocenza e freschezza, mettendosi in gioco con i coetanei; accetta i loro modi spicci, ruvidi, chiassosi per sentirsi una di loro, pari tra pari. Ma l’amore complica le cose, e gli equilibri saltano. Il film corre veloce, ora brillante ora malinconico, tallonando i sogni e le angosce di ragazzi pronti ad abbandonare la serenità dell’adolescenza per una vita adulta gravida di responsabilità e doveri. Il tempo del gioco sembra esaurirsi all’orizzonte. La regia della Samani è grintosa, agrodolce, forte di un copione – scritto insieme a Elisa Dondi – valido ma con qualche incertezza; un film che appare volutamente imperfetto, “sporco”, in linea con il garbuglio di sentimenti e riflessioni dell’età adolescenziale. Consigliabile, problematico, per dibattiti.
“Il caso 137” (Cinema, 16 aprile)
Tedesco di origini, ma francese di acquisizione. È il regista-sceneggiatore Dominik Moll, classe 1962, autore del film “Il caso 137” presentato in competizione al 78mo Festival di Cannes. Esce nelle sale con Teodora Film preceduto da elogi e riconoscimenti per la protagonista Léa Drucker, miglior attrice ai Premi César. Si tratta di un dramma sociale che si muove nel perimetro della cronaca, rileggendo gli avvenimenti e le tensioni deflagrate in Francia nel 2018. Un viaggio tra luci e ombre della giustizia, tra ricerca della verità, pressioni professionali e dilemmi morali.
La storia. Parigi 2018, Stéphanie è un’ispettrice dell’IGPN (“la polizia della polizia”) chiamata a vigilare sulla condotta degli agenti in servizio. Un giorno si trova a indagare su un gruppo di colleghi accusati di aver sparato un proiettile antisommossa e preso a calci un giovane manifestante tra le fila dei “Gilets jaunes”. Man mano che procede nelle perizie, Stéphanie subisce l’ostracismo dei colleghi, che l’accusano di tradimento, ma anche dei superiori, preoccupati di dover tutelare il buon nome della polizia. A complicare le cose la scoperta che il giovane ferito è figlio dell’ex badante di sua madre. Può restare imparziale?
Dominik Moll ha firmato un’opera vibrante ed efficace, che denota chiara maturità artistica. “Il caso 137” si presenta come un poliziesco, un investigativo dai riverberi sociali, andando a lavorare sulla distanza tra istituzioni, forze dell’ordine e cittadini ai margini della società. Ma non si tratta solo di un film di matrice civile, che recupera le proteste dei “Gilets jaunes”. È anche un viaggio nei tornanti della mente e dell’animo di una donna, di un’ispettrice, che è anche madre e figlia premurosa di un genitore anziano. Quel caso che affronta, la violenza gratuita ai danni di un ragazzo, la inquieta perché ci legge tutto il pregiudizio e la dimenticanza nei confronti delle periferie, da cui lei proviene. Ancora, si scontra contro il muro di gomma delle istituzioni, che fanno quadrato attorno ai poliziotti. La donna avanza con piglio deciso, ma le pressioni sono molte e il rischio di perdere l’equilibrio della distanza, dell’oggettività nelle indagini è alto. “Il caso 137” è un film denso, che presenta più piste tematiche che meritano un adeguato approfondimento. Qua e là delle lievi ingenuità narrative, per un racconto comunque valido e meritevole. Consigliabile, realistico, per dibattiti.

