Attraversare il porticato di Santa Maria del Rosario in piazza Garibaldi, a Bari, significa immergersi in un’oasi di pace, lasciandosi alle spalle il frastuono del quartiere Libertà. Ancor prima di varcare la soglia, incorniciata da due leoni stilofori, lo sguardo cade sulla targa dedicata ad Aldo Moro. L’epigrafe, inaugurata nel 2018, ricorda come lo statista frequentasse assiduamente la parrocchia nel dopoguerra: tra queste mura e nei locali della Fuci, Moro elaborò — insieme a figure come Renato Dell’Andro e Vito Lattanzio — il suo pensiero sul dialogo tra fede, democrazia e impegno civile. Entrando, l’odore di vernice e intonaco accoglie i visitatori: è il profumo del nuovo che si fonde con l’antico. Il colpo d’occhio è rapito dal blu cobalto della cupola, la cui intensità cromatica lascia senza fiato.
“Abbiamo totalmente restaurato l’edificio e messo in sicurezza la struttura per risolvere le criticità rilevate dai tecnici”, ha raccontato il parroco, don Peppino Cutrone. “Mi ha commosso in questi anni sentire la gente chiedere continuamente: don Peppì, quando riapriamo? Non vorrei essere da nessuna altra parte se non qui – ha rivelato –. Qui sono stato battezzato, qui ho ricevuto la mia prima comunione, qui è stato celebrato il matrimonio dei miei genitori. Questo non è solo un edificio, è un luogo dell’anima”.

Il cantiere della rinascita
Il restauro, costato circa due milioni di euro, è stato possibile grazie alla straordinaria generosità della signora Vincenza e di suo figlio Eugenio Cantatore, i cui fondi sono stati integrati da Regione Puglia e Fondazione Puglia. “Un segno di speranza e un simbolo di comunione”, lo ha definito l’arcivescovo di Bari-Bitonto, Giuseppe Satriano. “Quando facciamo della nostra vita un dono, anche per una cosa del genere, un restauro, viene restituito un messaggio di speranza. Soprattutto qui nel quartiere Libertà, periferia all’interno della città di Bari. La Provvidenza di Dio ha tanti volti e sfaccettature”.
Sotto la guida dell’architetto Karen Bianchi, i lavori hanno interessato ogni centimetro del complesso. “Don Peppino – ha spiegato – ha fatto in modo che tutto tornasse all’antica bellezza. Siamo partiti dal restauro delle superfici esterne, quindi tutti i prospetti, gli infissi in legno, il campanile e la cupola. Poi siamo passati all’interno, dai dipinti parietari alle superfici in stucco e anche alle pavimentazioni”.
Una storia stratificata
La chiesa, ufficialmente denominata Maria SS. del Rosario in San Francesco da Paola, custodisce una memoria complessa. Come evidenziato da Enrica Dardes (Soprintendenza di Bari), alcuni “tasselli” lasciati a vista mostrano chiaramente la stratificazione delle decorazioni avvenuta nei secoli.
Fondata nel Seicento dai Frati minimi (i “Paolotti”) in una zona che all’epoca si trovava fuori dalle mura cittadine, la struttura era inizialmente dedicata al santo calabrese protettore dei marittimi e fungeva da punto di ristoro strategico sulla via per Napoli. Nel 1820 passò ai Domenicani, che vi introdussero la devozione al Rosario. Dopo un devastante incendio nel 1846, l’edificio fu ricostruito e riaperto definitivamente al culto nel 1879.
Il putridarium e la realtà aumentata
La sorpresa più significativa è emersa però dal sottosuolo, dove i lavori hanno riportato alla luce un antico putridarium. Si tratta di un ambiente ipogeo situato sotto l’altare maggiore, con sedute in pietra utilizzate tra il XVII e il XVIII secolo per la mummificazione dei corpi: uno dei rari esempi ancora conservati in Puglia.
Sebbene quest’area non sia fisicamente accessibile, la modernità corre in soccorso della storia. Grazie a un progetto di realtà aumentata, ricostruzione 3D e intelligenza artificiale, i visitatori potranno esplorare il putridarium tramite un’app per smartphone. Come spiegato dall’ingegner Domenico Colapietro, “l’obiettivo era far sì che la conservazione non fosse un ostacolo, ma una guida”: oggi, grazie alla tecnologia, l’invisibile diventa finalmente visibile a tutti.

