Due eventi, anzi tre, hanno caratterizzato a livello internazionale lo scorso weekend. Il terzo, su cui, purtroppo, non c’è molto da dire, sarebbe la “tregua pasquale”, concessa da Putin all’Ucraina, sostanzialmente inconsistente, dato che ci sarebbero state, secondo le accuse reciproche, circa duemila violazioni da una parte e dall’altra nelle trenta ore previste, e soprattutto priva di ipotesi successive di dialogo, restando inamovibile la posizione di Mosca che pretende da Kiev l’assoggettamento a tutte le proprie assurde richieste. Gli altri due sono – ancora purtroppo – il repentino (e previsto) fallimento dei colloqui tra le delegazioni ad alto livello di Stati Uniti ed Iran ad Islamabad, inutilmente mediati dal Pakistan, con le prevedibili ulteriori complicazioni della situazione in Medio Oriente, condita dalle ormai consuete minacce di Trump e dalle secche risposte dei pasdaran; e – in questo caso, si direbbe, meno male – la fine dello strapotere in Ungheria di Viktor Orbàn, l’inventore e creatore della “democrazia illiberale” e il ricattatore professionista dell’Unione Europea, sconfitto dopo 16 anni in modo schiacciante, ottenendo addirittura la “super maggioranza” dei due terzi in parlamento, dall’oppositore Péter Magyar, nato inizialmente alla sua scuola ma opportunamente staccatosi poi (anche se “non è certo di sinistra”, come tengono a sottolineare molti, e reca il nome della nazione anche nel suo cognome), portatore, pare, di istanze democratiche genuine e comunque non avversario dell’UE, in un Paese che ha il nostro tricolore, anche se a bande diverse.
Nel primo caso non possiamo nasconderci – oltre all’aggravamento delle tensioni e alle conseguenze drammatiche nella polveriera mediorientale, testardamente alimentate dalla pervicacia del governo israeliano nel perseguire i propri obiettivi, per altro diretta conseguenza delle minacce persistenti da parte dell’Iran stesso, che ne vuole da cinquant’anni la cancellazione, e dei suoi cosiddetti “proxy” (Hamas, Hezbollah, Huthy) per nulla disarmati come esigerebbe il diritto internazionale – le ripercussioni praticamente planetarie di una situazione sempre più intollerabile e quelle più direttamente coinvolgenti la nostra nazione. A cominciare, come tutti sperimentiamo, dall’aumento del costo dei carburanti che rischia di mettere in ginocchio non solo il traffico aereo, già penalizzato e contratto, ma anche quello quotidiano delle famiglie e delle imprese con una già ben percepibile lievitazione dei prezzi a 360 gradi. Direttamente collegata anche la sensazione socio-psicologica di un’aumentata insicurezza a livello mondiale e a livello locale, più di quanto sia stata gravata dal conflitto in Ucraina, al quale rischiamo di esserci abituati. Con una buona dose di ottimismo si potrebbe cogliere in questa crisi un aspetto blandamente positivo se si tramuterà – come pare indispensabile – in una ricerca di altre rotte nel trasporto dei combustibili fossili e, meglio ancora, di altre fonti di approvvigionamento energetico, stimolando e incrementando quelle rinnovabili (come ha ben provveduto in questi anni, ad esempio, la Spagna) o la rassegnazione (per un popolo che l’ha respinta decisamente e più volte, come il nostro) all’uso dell’energia nucleare anche se, ovviamente, con impianti di ultima generazione meno impattanti sotto vari aspetti. Permangono poi il rammarico e la delusione per una palese noncuranza dei capi delle nazioni rispetto agli incessanti appelli – ormai veri e propri “anatemi” – del papa a cessare le ostilità e al dialogo (per non dire di quelli al disarmo, che vengono sistematicamente e programmaticamente disattesi da tutti). Noncuranza che si è tramutata addirittura in insulto nelle recenti parole di Trump che ha osato definirlo “debole sul fronte della criminalità e pessimo in politica estera”… Ma, certo, il papa americano non lo teme!
Sul secondo, credo che in molti dobbiamo rallegrarci – persino Giorgia Meloni si è congratulata col vincitore delle elezioni ungheresi, intuendo lei stessa i benefici che potrà trarne l’Europa, anche se ha citato poi con nostalgia il suo “amico Orbàn” che “continuerà a servire il suo popolo dall’opposizione” -: spalleggiata da non pochi anche tra noi, quella insidiosa “democrazia illiberale”, che ha fatto scuola addirittura nell’America dei MAGA e che stava saldandosi con i risorgenti estremismi di destra in Europa, terminerà, speriamo, di essere un curioso “ossimoro” linguistico per dimostrarsi per quello che veramente è, cioè un’invenzione che va contro la libertà e che alimenta in modo esponenziale la corruzione. Ci auguriamo che l’UE possa ora camminare meglio su tutte le proprie “gambe”, senza i freni imposti dalle pretese di un satellite di Putin e di un detrattore di Zelensky, anche se il nuovo leader ungherese non si è sbilanciato troppo, per ora, a favore dell’Ucraina.
Gli eventi e le loro ripercussioni
Due eventi, anzi tre, hanno caratterizzato a livello internazionale lo scorso weekend.