Domenica 19 aprile – III di Pasqua

Un Dio che fa ardere il cuore

Lc 24,13-35

Nel brano evangelico Luca ci mostra il travaglio della fede dei discepoli. Per tutti i chiamati alla sequela non è stato facile andare dietro a Gesù, viste le esigenze di questo cammino. Dopo la sua morte però per alcuni la sequela appare insensata e persino impossibile. Se il Maestro è stato inchiodato a una croce, così pure l’avventura del discepolato… È ora di tornare a casa, di riabbracciare la vita di un tempo, prima che la precarietà venisse a ritmare il cammino, prima di investirsi in un percorso che ha condotto a un vicolo cieco.

Luca si sofferma su due discepoli di Cristo che decidono di salutare quell’esperienza intrapresa con tanto entusiasmo e dire addio a Gerusalemme. Partono risoluti verso Emmaus, ma non è mai piacevole tornare a casa senza premi o trofei… Un senso di sconfitta fa capolino interiormente, il cuore è gonfio di tristezza e il passo si fa pesante, lento. La delusione inoltre è nemica della memoria e ha il potere di vanificare tutto, confondendo, ottenebrando. E quando la memoria sbiadisce si può anche avere una mèta ma si è comunque perduti. Senza memoria si perde il senso della propria chiamata e senza consapevolezza della propria chiamata si va verso un traguardo che più che una mèta è un abbaglio.

I due se ne vanno da Gerusalemme, quella città che dovrebbe profumare di pace – come dice il suo nome, che contiene la parola shalom – e che invece è satura di odio. Imboccano la strada del ritorno, ma il silenzio fa paura e iniziano a conversare, accendono il dialogo che libera la forza della compagnia che sola tiene a bada le angosce del cuore umano. Parlano i due, colmando con parole i vuoti interiori e qualcuno si avvicina con delicatezza per chiedere ospitalità nella conversazione. Il Maestro in carne ed ossa… si finge forestiero e finge di non sapere cosa sia successo di recente a Gerusalemme. Finge non per mentire, ma per guarire. Non vuole giocare con loro, ma aiutarli a esternare l’amarezza e riaccendere la memoria. E per liberarli dal senso di delusione, libera la domanda: “Che cosa è successo?” e i due sono un fiume in piena… Raccontano di Gesù, delle sue opere e delle sue parole, della cattura, della condanna e dell’esecuzione, delle donne che al sepolcro non hanno trovato il corpo del Maestro e dicono che egli è vivo. Raccontano di aver sperato e confessano di aver ormai smarrito la speranza, tanto da rinunciare a indagare sulla vicenda della tomba vuota. Ed è a questo punto che il forestiero interviene e prende la parola… solo dopo che i due di Emmaus hanno fatto l’autodiagnosi della loro perdita di speranza. Formando i discepoli alla sequela, il Maestro aveva parlato della sua passione come via per accedere alla gloria. Perciò il forestiero li scuote perché si sveglino e mostra come le Scritture hanno ampiamente parlato della sofferenza che fa entrare nella gloria.

E mentre il Maestro parla, giungono finalmente ad Emmaus. Egli mostra di voler proseguire, ma i due non vogliono lasciarlo andare. Gli chiedono di restare perché il buio della sera riaccende le paure, e a tavola mentre il forestiero benedice, spezza e distribuisce il pane, accade il riconoscimento: “è il Signore!”. Egli però subito scompare e nel cuore dei due si risveglia la memoria, si riattiva la fede, si riaccende la voglia di continuare il cammino e il desiderio della comunione con gli altri.

Il Maestro è vivo e chiede ancora di seguirlo lungo le vie del mondo, non come individui che si rifugiano nelle proprie sicurezze o nel benessere personale, ma come comunità di fratelli e sorelle che sanno nutrire la memoria dell’incontro con Cristo e ravvivarla mediante la preghiera, la testimonianza, la forza dei sacramenti e degli affetti.