Domenica 22 marzo – V di Quaresima

In questa ultima domenica di Quaresima anche noi ci incamminiamo con Gesù sul Golgota, andiamo a morire con Lui (Gv 11,1-44), come disse Tommaso detto Didimo quando dalla Galilea Gesù decise di andare a risvegliare Lazzaro. Siamo anche noi in cammino verso la luce che emana dalla tomba e siamo smarriti per la perdita di un caro amico come Lazzaro. Siamo tutti costernati e disperati quando viviamo un lutto, la perdita di un figlio, di un genitore o di una persona amata. “Se tu fossi stato qui” disse Marta a Gesù, “mio fratello non sarebbe morto” (Gv 11,21-32). In questa espressione, anche colorata dal rimprovero per l’assenza di Gesù, si nasconde una verità teologica molto profonda. Solo Cristo ha il potere di farci passare dalla morte alla vita. Non abbracciare la fede ci fa rimanere nella tomba. La vera Risurrezione dalla morte sarà quella di Cristo, il primo ad aprire le porte degli inferi e a farci rivivere. Cristo come “primizia dei risorti” (1 Corinzi 15,20) significa che Gesù è il primo a risorgere, inaugurando la risurrezione finale per l’umanità. Come Adamo portò la morte, Cristo porta la vita eterna, garantendo che tutti i credenti risorgeranno alla sua venuta. La resurrezione di Lazzaro è un assaggio di speranza che si affaccia attraverso la fede in Gesù, garanzia di una risurrezione futura per tutti. La presenza di Gesù è certezza di vita e di salute del corpo e dello spirito. In questo momento anche noi ci sentiamo come mummificati dentro la tomba di una esistenza così presa dalle cose materiali che ci aliena da Dio. Ci sono oggi tanti segnali di morte che ci portano dentro i loculi bui della vita: la mancanza di amore, di solidarietà e la sete di potere costruiscono scenari di morte e accrescono il numero dei sepolti. Tutti siamo presi dalla commozione e anche Gesù piange. Il dolore di Gesù, come eco doloroso, diventa il portavoce, colui che raccoglie le lacrime, l’emblema di chi soffre la perdita di qualche parente caro o amico. Siamo di fronte al tema della morte, che sempre ci colpisce e disarma le nostre difese. Ma la morte di Lazzaro in realtà è solo un torpore temporaneo: “Lazzaro, vieni fuori”, che letteralmente vuol dire “vieni qui”. Gesù, il Vivente per eccellenza, comanda a Lazzaro addormentato di svegliarsi e si alza in piedi, andando incontro a Cristo e alle sorelle. La morte di Lazzaro è considerata da molti studiosi un sonno profondo a cui segue un risveglio, il risveglio dei risorti. In questo contesto giovanneo del doppio fondo deve farci paura più la morte dell’anima che quella del corpo. Noi siamo chiamati in questa domenica ad accogliere il risveglio di Lazzaro come lo Spirito che aleggia e fa rivivere le nostre ossa aride. L’espressione si riferisce alla celebre visione del profeta Ezechiele (Ez 37,1-14), in cui lo spirito di Dio “ruha” soffia su una valle piena di ossa inaridite, ridonando loro vita, carne e pelle. Siamo chiamati a preparare l’eternità già dalla terra, a guardare sempre le cose di lassù con i piedi per terra, a non arrenderci mai di fronte alla sconfitta, alla malattia o a una guerra: la morte non ha l’ultima parola, ma cede il passo alla potente azione dello Spirito, che fa srotolare via le bende e ci fa camminare da risorti.