Sanità, quando il no profit redistribuisce valore

Profit e no profit: esiste una distinzione tra enti operanti nel sistema sanitario italiano. Cura, efficienza e credibilità riguardano entrambi i modelli, che però differiscono nella redistribuzione delle risorse. Il caso Auxologico

(Auxologico. Foto di Ugo De Berti, www.udb.it)

Nel confronto sulla sostenibilità dei sistemi sanitari, la distinzione tra enti profit ed enti no profit non è solo una questione di assetto giuridico, ma riflette visioni diverse del rapporto tra economia, cura e responsabilità sociale. Entrambi i modelli condividono la necessità di essere efficienti e credibili, ma divergono profondamente per finalità ultime e modalità di redistribuzione delle risorse.
Le strutture sanitarie profit perseguono l’efficienza non solo per rispondere alla propria missione sanitaria e per tutelare la reputazione sul mercato, ma anche – e soprattutto – per garantire la remunerazione del capitale investito. In questo contesto, l’utile rappresenta un obiettivo esplicito, parte integrante del modello industriale.
Gli enti no profit, invece, sono chiamati a rispettare gli stessi standard di qualità clinica, organizzativa e reputazionale, senza però avere tra i propri obiettivi la distribuzione degli utili agli azionisti. Ciò non equivale a una minore attenzione alla gestione economica: al contrario, l’equilibrio di bilancio e la capacità di generare utili da destinare a riserve e investimenti costituiscono una condizione essenziale per garantire continuità, innovazione tecnologica, sviluppo della ricerca e miglioramento dei servizi.
È proprio nell’utilizzo di queste risorse che emerge la specificità del modello no profit. Un esempio emblematico è rappresentato dall’Istituto Auxologico Italiano, fondazione no profit a ispirazione cristiana e Irccs (Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico) riconosciuto dal 1972, che da oltre sessant’anni opera nei campi della ricerca biomedica e dell’assistenza sanitaria di alta specializzazione.

Nato nel 1958 a Piancavallo (Piemonte) come primo centro italiano dedicato allo studio e alla cura delle anomalie della crescita, Auxologico ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione fino a coprire l’intero arco della vita, dal concepimento all’età avanzata, con particolare attenzione ai settori auxo-endocrino-metabolico, cardiovascolare, delle neuroscienze e delle patologie dell’invecchiamento. Oggi l’Istituto è una rete articolata di strutture ospedaliere, diagnostiche e di ricerca in Lombardia, Piemonte, Lazio e Romania, capace di assistere ogni anno oltre un milione di pazienti.
Auxologico opera sia in regime di convenzione con il Servizio sanitario regionale sia in regime privato, diretto o tramite fondi e assicurazioni. Questo modello “misto” consente di svolgere una funzione redistributiva di grande rilievo sociale. Da un lato, l’attività a pagamento per chi può permetterselo genera risorse; dall’altro, tali risorse vengono reinvestite per offrire prestazioni a tariffe calmierate rispetto ai prezzi di mercato – come nel caso delle tariffe agevolate interne – e per garantire un numero significativo di prestazioni eccedenti i massimali riconosciuti dalle convenzioni regionali, assumendone direttamente il costo.
In pratica, ciò significa andare oltre i limiti formali del sistema di convenzione pubblica e farsi carico di bisogni sanitari che altrimenti resterebbero insoddisfatti o sarebbero accessibili solo a una minoranza. È una funzione che richiama da vicino quella delle strutture pubbliche e che rappresenta una chiara forma di redistribuzione della ricchezza: le risorse generate da chi ha maggiore capacità di spesa contribuiscono a garantire il diritto alla cura anche ai soggetti più fragili.
Il caso Auxologico mostra come un ente no profit possa coniugare rigore gestionale, eccellenza clinico-scientifica e attenzione ai valori della dignità della persona, dell’equità e della non discriminazione. In un contesto in cui la sanità pubblica è sottoposta a crescenti pressioni economiche e organizzative, questo modello evidenzia il ruolo strategico che le istituzioni no profit possono svolgere: non come alternativa ideologica al profitto, ma come infrastruttura sociale capace di integrare sostenibilità economica e solidarietà, trasformando l’efficienza in uno strumento al servizio dell’interesse collettivo.

*Università Cattolica – Milano

 

 

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