Quattro anni di guerra in Ucraina. Operazione Colomba: “Siamo lì per costruire spazi di umanità laddove tutto parla di odio e di violenza”

Da quattro anni Operazione Colomba è presente tra Mykolaiv e Kherson, a pochi chilometri dal fronte. Il responsabile del progetto racconta un’esperienza segnata da freddo, distruzione e fragilità, ma anche da relazioni che resistono alla violenza. “Ci sono sempre spazi per costruire umanità: stare accanto alle persone, aspettare con loro una luce”

(Foto Capannini)

“Non è finita. Non è finita la guerra, non è finita la violenza, non è finita la solitudine. Un bilancio si fa quando puoi guardare le cose con un po’ di distacco, ma qui nulla è concluso. Io mi sento dentro un cammino: con tutti i miei limiti provo a voler bene in una situazione piena di odio e mancanza d’amore. Mi sento spesso inadeguato, ma cerco di non lasciare sole queste persone”. E’ la voce di Alberto Capannini, responsabile di Operazione Colomba, Corpo nonviolento di pace della Comunità Papa Giovanni XXIII. Il Sir lo ha intervistato perché da quattro anni e cioè fin dall’inizio della invasione russa su vasta scala, vive tra Mykolayiv e Kherson, due città nel sud del Paese, che si trovano a pochi chilometri dal fronte. E’ diventato un punto di riferimento sia per la popolazione locale sia per i volontari dell’Operazione Colomba sia per le tantissime persone, ong, associazioni, movimenti, enti e istituzioni che dall’Italia e non solo non hanno mai smesso di arrivare anche qui con carichi di aiuti umanitari.

Alberto Capannini (Foto Capannini)

Capannini, qual è stato il momento più difficile di questi quattro anni?

I momenti più difficili sono quelli in cui senti che la realtà è troppo grande e tu non stai facendo abbastanza. Sono più momenti di fragilità personale che legati alla situazione esterna. Anche nelle circostanze peggiori puoi portare un po’ di umanità, ma quando fai i conti con te stesso diventa tutto più complicato. Dal punto di vista esterno, il freddo è devastante: qui a Kherson siamo stati anche a –17 gradi. Vedere persone che vivono senza elettricità, senza riscaldamento, con poco internet e con davanti solo tre possibilità — andarsene, morire o continuare una mezza vita — è tremendo.

Noi possiamo tornare in Italia con un biglietto aereo; loro no. Questa guerra rovina la vita della gente.

Kherson, volontari dell’Operazione Colomba distribuiscono legna alle famiglie (Foto Capannini)

In questi anni avete fatto coinvolto molte persone, soprattutto giovani. Quante sono passate da voi?

Nel gruppo stretto di Operazione Colomba direi una cinquantina. Se consideriamo però anche chi è venuto con le carovane, molte di più. Le carovane che ci sono state soprattutto nei primi sei mesi di guerra, hanno innescato una solidarietà che continua ancora oggi. La settimana scorsa, per esempio, sono arrivati degli italiani a portare aiuti. E poi c’è tutto il lavoro che si fa in Italia tra accoglienza, incontri, scambi. Un gruppo di Acmos Torino sta invitando una ragazza di un villaggio vicino a Mykolaiv; l’anno scorso hanno portato trenta studenti a Torino; quest’estate altri andranno a Bologna.

Che cosa spinge a mettere in moto questa solidarietà? E che cosa lascia un’esperienza del genere?

Tanti cercano un’alternativa all’impotenza, alla sensazione che “la guerra ha vinto”. Credo che ciò che resta davvero siano i rapporti. Non è tanto vedere la distruzione — qui a Kherson è evidente — ma incontrare una persona, parlarle, abbracciarla, ricevere un sorriso. Significa che se tu sei in pericolo o in difficoltà, io non ti mollo finché quella situazione non cambia. È un impegno. La costruzione e la riparazione richiedono tempo e pazienza; distruggere non costa nulla.

““Dom Kultury” di Kherson, luogo di arrivo e smistamento degli aiuti umanitari (Foto Capannini)

È la differenza che c’è tra comprare un fiore e comprare una pianta: la pianta cresce, richiede cura, travasi, attenzione.

Dopo quattro anni in Ucraina — e dopo tanti anni di esperienza — che cosa hai capito della guerra? E che cosa della pace?

Della guerra ho capito che non c’è nulla da salvare. È uno scontro di forza: più sei debole — donna, bambino, anziano — più perdi. Non vince chi ha ragione, vince chi sa usare meglio la violenza. È una schifezza. Della pace ho capito che, anche se le nostre categorie non ci aiutano a comprendere ciò che accade, non dobbiamo rinunciare. Ci sono sempre spazi per costruire umanità: stare accanto alle persone, aspettare con loro una luce, mostrare che ci teniamo davvero, anche se la pensano diversamente. La pace, credo, è uscire dalle proprie certezze per provare a voler bene a qualcuno.

Alla fine della vita — che può essere anche oggi — conta quanto abbiamo cercato di capire, quanto abbiamo evitato di giudicare, quanto abbiamo contribuito a umanizzare situazioni in cui l’umanità sembrava scomparsa.