Legislazione di emergenza

In poco più di tre anni l’attuale governo ha varato cinque decreti legge in materia di sicurezza, suscitando dibattiti politici e sociali. Tra scippi, rapine, baby gang e vandalismo, cresce l’insicurezza percepita dagli italiani. Gli esperti avvertono: senza investire in presidi sociali, culturali ed educativi, l’approccio emergenziale rischia di essere inefficace e di alimentare divari e rabbia sociale

Foto Calvarese/SIR

In poco più di tre anni, sono stati ben cinque i decreti legge dell’attuale governo (poi modificati e convertiti in altrettante leggi dello Stato) in materia di sicurezza. Un numero simile di provvedimenti emergenziali in un tempo così ristretto non si vedeva dagli anni di piombo, quelli delle brigate rosse e del terrorismo di destra, quando morti e feriti si contavano a decine, dalla strage di piazza Fontana a Milano a quella del treno Italicus fatto saltare in provincia di Bologna.

La situazione oggi non è neppure paragonabile a quella di allora, ma non si può negare che nel nostro Paese si percepisca comunque un problema legato alla sicurezza: scippi, rapine a mano armata, spaccio di stupefacenti nei parchi, prostituzione, accattonaggio molesto, furti nelle abitazioni, violenze contro la persona, baby gang e vandalismi di varia natura spesso non fanno sentire tranquille le persone nei luoghi pubblici e nemmeno a casa propria. Colpisce l’aumento dei gruppi social di “controllo di vicinato”, dove ogni movimento sospetto nel proprio circondario viene prontamente segnalato. Preoccupa l’aumento costante di italiani in possesso di porto d’armi: quasi un milione e mezzo di persone (e non sono di certo tutti tiratori di piattello o cacciatori). Il rapporto Censis pubblicato a dicembre 2025 ben descrive questa sensazione di insicurezza diffusa in cui molti cittadini dichiarano di vivere, nelle grandi città, come nei piccoli centri.

La politica, con i suoi approcci spesso ideologici, non aiuta. Molti esponenti dei partiti di sinistra tendono, paradossalmente, a minimizzare i problemi, dando l’impressione di vivere in un mondo lontano dal Paese reale e di non ascoltare le preoccupazioni della gente comune. La destra sembra viceversa cavalcare, seguendo uno schema che si ripete, la paura delle persone: al fatto di cronaca nera segue lo sdegno di qualche ministro e poi arriva il decreto legge con norme ad hoc, apparentemente performanti, ma in realtà spesso inefficaci. E così dopo i fatti di Modena del 2022 è arrivato il decreto contro i Rave party; dopo il naufragio di Cutro quello contro gli scafisti; dopo Caivano quello contro le baby gang; dopo le proteste contro le grandi opere, le “disposizioni urgenti in materia di pubblica sicurezza” e oggi, dopo i fatti di Torino e gli accoltellamenti nelle scuole, il “pacchetto sicurezza” della scorsa settimana.

In tali disposizioni emergenziali ritornano costantemente alcuni provvedimenti (come il rafforzamento dello “scudo penale” a tutela delle forze dell’ordine o la limitazione del diritto di riunione e di manifestazione) che scaldano il dibattito politico. In nome della “sicurezza” non tutti sono evidentemente disposti a rinunciare ad una parte delle proprie libertà costituzionali.

A complicare le cose ci pensano poi i mezzi di comunicazione che volentieri polarizzano il dibattito, enfatizzando oltre misura i fatti di cronaca nera e facendo così ulteriormente crescere nei cittadini l’insicurezza percepita. Il tema è spesso all’ordine del giorno nei Cinque minuti che Raiuno tutte le sere ci propone (o ci propina) tra il telegiornale e la pantomima dei pacchi (spazio un tempo occupato dal grande Enzo Biagi…). Il ministro Piantedosi, ospite di Vespa, la sera del 27 gennaio ha ribadito la volontà di “depurare” le zone rosse attorno alle principali stazioni ferroviarie. A parte la scelta infelicissima del termine (tanto più nel Giorno della Memoria), emerge qui il lato più debole e problematico di questo approccio ai problemi di sicurezza che affliggono il Paese.

Allontanare e punire, senza andare a verificare e curare le cause che portano all’emarginazione, alla devianza sociale e dunque alla criminalità è una strategia che può forse riscuotere consensi immediati, ma destinata inesorabilmente al fallimento, aumentando i divari e la rabbia sociale. Come ha dichiarato con insperato buon senso l’88 % del campione di italiani intervistati dal Censis sul tema sicurezza: “Non è solo questione di repressione: occorre ridare vita ai presidi sociali, culturali, educativi che un tempo erano presenti sul territorio e che oggi purtroppo spesso sono venuti meno”.

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