Nel suo intervento, pronunciato a braccio ma scolpito nel cuore, il Presidente Mattarella a Trento per intitolare la nuova Biblioteca Universitaria ha rivelato perché considera De Gasperi suo ispiratore, tanto da notare che la foto di Alcide è appesa nella sala del Quirinale, fra i Capi dello Stato anche se solo per pochi giorni. Lo fu solo per due settimane, “ma quelle cruciali, significative” ha rimarcato Mattarella, che esprime così all’illustre predecessore la sua riconoscenza di discepolo.
L’attuale Capo dello Stato italiano ammira di De Gasperi – e senza piaggeria per chi lo ha invitato – l’identità trentina “sempre conservata con determinazione”. E cita poi la sua interpretazione del lavoro di bibliotecario alla Vaticana, portato avanti con privazioni e rischi, ma anche con la capacità di scrivere in quegli anni un importante volume (con altra firma, per non farsi riconoscere) e dare prova di studio e di libertà. D’altra parte – aveva appena notato il prof. Giuseppe Tognon – “non si diventa De Gasperi per caso e senza sofferenza”.
Un episodio con cui Mattarella ha legato il simbolo della biblioteca come presidio democratico con l’impegno per la pace di ogni istituzione culturale in questo momento difficile della vita del mondo. “De Gasperi ci parla ancora – ha proseguito, sempre a braccio, Mattarella – di fronte a rischi che elementi di barbarie ritornino nei rapporti fra gli Stati e nella vita internazionale. Elaborare, approfondire, sviluppare e trasmettere cultura è la più provvidenziale, indispensabile, preziosa risposta che si possa dare alle difficoltà che il mondo attraversa”.
Nella calorosa stretta di mano data al presidente della Fondazione Trentina Alcide De Gasperi, Giuseppe Tognon, potremmo vedere la firma di Mattarella ad una ricostruzione puntuale – anche dal punto di vista biografico – di alcune intuizioni degasperiane forse per la prima volta cosi ben tratteggiate: lo “spirito costituente” come adotta il futuro come proprio orizzonte; la democrazia come pedagogia, anzi come egli stesso ebbe a dire come “una filosofia interiore”; l’accordo del 5 settembre di 80 anni fa come mera questione etnica ma come modello di autonomia per altre regioni; lo spirito costituente consumato fino all’”ultima goccia”.
Ma il capitolo forse più inedito e attuale è quello dedicato all’antifascismo che egli interpretava in modo originale: “per” e non “contro”.
Secondo Tognon per De Gasperi – anche se altri prelati lo avrebbero voluto – era inconcepibile “una successione cattolica al fascismo”; no, per lui l’antifascismo era una “pregiudiziale ricostruttiva”, ovvero – proviamo a tradurre – un metodo per poter ripartire con una nuova fase democratica in Italia, in cui saldare l’ideale democratico settecentesco e il Risorgimento mazziniano con il pensiero del cattolicesimo sociale moderno. In quanto pregiudiziale, l’antifascismo poteva così legittimare all’interno e all’esterno la Repubblica nata dalla Resistenza e l’assetto democratico come “frutto di un motto di liberazione, pagato a caro prezzo”. Era un modo per spazzare via il fascismo dalla storia (e non è male richiamarlo in tempi in cui si candidano a salire sulla scena pubblica personaggi imbarazzanti), così come era stato esigente e sincero con i comunisti chiedendo loro “di dimostrare di essere prima di tutto democratici convinti, nelle istituzioni ma anche sul piano internazionale”.
All’ombra degli scaffali della BUC il profilo di Alcide continuerà a guardare oltre le vetrate, ispirando il futuro di giovani studiosi europeisti.
*direttore Vita Trentina

