Shevchuk in udienza da Papa Leone XIV: “Gli ho consegnato una lista con 400 nomi”

L’arcivescovo maggiore dei greco cattolici ucraini racconta al Sir l’udienza con Papa Leone XIV. Gli ha raccontato la situazione in Ucraina, ha anche rinnovato l’invito a visitare il Paese. Poi, di nuovo, ha consegnato un nuovo elenco di 400 prigionieri di guerra

(Foto Vatican Media/SIR)

“Ho consegnato una lista, ancora una volta: quasi 400 nomi. Ho detto: ‘Santo Padre, non è una raccolta di nomi presa dai mezzi di comunicazione’. Ogni volta che visito una località, una comunità, una parrocchia, vengono senza sosta mamme, donne che hanno perso il marito o i figli, e mi chiedono: ‘Aiutateci’ L’unica cosa che posso fare è raccogliere i nomi e presentarli a lei, Santo Padre”. Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, arcivescovo maggiore dei greco cattolici ucraini, racconta al Sir l’udienza che ieri mattina, 12 febbraio, ha avuto con Papa Leone XIV. Nel corso dell’udienza Sviatoslav Shevchuk ha potuto raccontare la situazione in Ucraina, ha anche rinnovato l’invito a visitare il Paese. Poi, di nuovo, ha consegnato un nuovo elenco di prigionieri di guerra. “Per i familiari – racconta – sapere che i nomi dei loro cari sono nelle mani del Papa è importante. È come un’icona: sono nelle mani di Dio”. E aggiunge: “Siamo certi che questi nomi vengono esaminati. Non è una formalità: il Santo Padre li considera con grande attenzione. Anzi, ha sfogliato tutti i fogli con i nomi e mi ha fatto domande specifiche. Non ha semplicemente preso la busta e l’ha messa da parte. L’ha aperta, l’ha sfogliata e ha chiesto anche come procede il processo di scambio dei prigionieri”.

Ci racconti come è andata l’udienza?

È stato per me l’incontro con un padre che ha voluto ascoltare il figlio. All’inizio ha detto: “Sono con voi, l’Ucraina è nel mio cuore, vi penso, prego per voi, ma ti voglio ascoltare”. Per me è stato un dono, una benedizione, perché essere ascoltati significa guarire. Noi tutti siamo traumatizzati da questa guerra. Ho raccontato al Santo Padre come cerchiamo di essere cristiani in mezzo alla guerra. In un incontro il sindaco di Kiev mi ha ripetuto la stessa frase che mi disse all’inizio della guerra: dalla Chiesa, più che degli aiuti umanitari, abbiamo bisogno della parola della speranza. Perché lo scopo di questi attacchi missilistici è scoraggiare la gente, distruggere la volontà di continuare e di resistere. Ricordo una visita in ospedale dove un giovane soldato che ha perso le gambe, mi ha detto: “Padre, mi benedica”. E poi:

“non è tanto doloroso aver perso le gambe, quanto non sapere il perché”.

C’è speranza per le centinaia di persone, soldati ma anche civili, detenute nelle prigioni russe?

Al Papa ho raccontato una storia un po’ curiosa. Recentemente c’è stato uno scambio di prigionieri che ha riportato a casa 157 soldati.  Tra loro ce n’era uno, originario di un villaggio vicino a Leopoli, che era stato dichiarato morto nel settembre 2022. Avevano fatto anche l’esame del DNA e lo avevano ufficialmente dichiarato deceduto. Era stato celebrato il funerale e la famiglia aveva ricevuto l’indennizzo per la sua morte al fronte. E invece è riapparso vivo. Questo significa che la speranza c’è. Sempre.

Il presidente Zelensky ha annunciato un nuovo round di dialogo e di trattative la prossima settimana negli Stati Uniti. Al centro ci sono la questione dei territori del Donbass e un cessate il fuoco. Lei crede ancora nella pace? E in quale pace crede?

Sono convinto che la pace debba essere cercata e costruita.

Sì, noi crediamo nel Dio della pace, ma non possiamo restare inattivi: bisogna impegnarsi.

Ognuno nel proprio ambito e nei limiti della propria responsabilità. Credo che debba esistere una via d’uscita. Siamo ormai al triste anniversario del quarto anno di guerra: è una vergogna per l’umanità del terzo millennio non riuscire a fermare l’aggressore. Speriamo che gli accordi attualmente in discussione facciano emergere le vere intenzioni. Spesso, nei primi incontri, ognuno nasconde le proprie intenzioni reali, cerca di prevalere o di manipolare la discussione. Se gli incontri continuano, questo processo rende sempre più evidenti le posizioni.

Riguardo invece ai territori occupati del Donbass?

I territori occupati sono diventati deserti. Cedere territori in queste condizioni significherebbe abbandonare la gente. Sarebbe un’altra catastrofe umanitaria. Prima di qualsiasi accordo sui territori, bisogna rispettare i diritti umani delle persone che vi abitano. Non pensare ai territori, ma alle persone. Per l’Ucraina inoltre è fondamentale avere garanzie di sicurezza. Se le linee difensive che in questi quattro anni sono state costruite nel Donbass venissero abbandonate, la strada verso Kiev e Kharkiv sarebbe aperta. Chi può garantire che si fermerebbero ai confini del Donbass? Sono domande esistenziali, e bisogna rispondere. È importante infine ribadire che l’Ucraina vuole la pace. Spesso siamo stati accusati di non essere abbastanza flessibili. Non è vero. L’Ucraina fa di tutto per fermare questa guerra, ma alcune condizioni devono essere rispettate. Il presidente, inoltre, non ha competenza diretta sulla cessione dei territori. Cedere un territorio è materia da referendum: il popolo deve esprimersi.

Lei cosa pensa della possibilità di indire elezioni in Ucraina?

Penso che ci saranno elezioni, ma solo dopo la cessazione della legge marziale, cioè dopo il cessate il fuoco. In queste condizioni, con attacchi notturni continui, distruzioni e persone costrette a fuggire, è fisicamente impossibile organizzare elezioni o referendum. Bisogna garantire la possibilità reale e la sicurezza massima per esprimere la propria volontà. Se non c’è un minimo di spazio per una decisione libera, chi potrebbe fidarsi dei risultati? Un altro aspetto importante è che, secondo noi, la Russia spinge sul tema delle elezioni ma non per tutelare il diritto degli ucraini a eleggere il presidente. Non riconoscerebbe comunque nessun presidente, perché non vuole che l’Ucraina esista. Per questo la questione non può essere inserita negli accordi. Solo quando la guerra finirà, ci sarà un processo democratico e libero, e gli ucraini sapranno scegliere un buon presidente.

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