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Comunità cattolica di Minneapolis tra violenza e operazioni Ice sui migranti. Padre Griffith: “È un trauma collettivo”

Padre Daniel Griffith, parroco a Minneapolis, descrive un clima di dolore e smarrimento che attraversa fedeli e cittadini dopo una serie di omicidi e le azioni dell’Ice contro i migranti. Crescono paura e isolamento, mentre la comunità ecclesiale offre spazi di preghiera e ascolto, promuove l’accompagnamento e richiama la dottrina sociale, il giusto processo e la giustizia riparativa

(Foto AFP/SIR)

“Nelle Twin Cities stiamo vivendo un accumulo di dolore, un trauma collettivo a causa di tanta violenza”. Padre Daniel Griffith, parroco e rettore della Basilica di Saint Mary a Minneapolis e direttore fondatore dell’Initiative on Restorative Justice and Healing presso la University of St. Thomas School of Law, racconta le difficoltà della comunità cattolica americana dopo le recenti uccisioni e le operazioni dell’Ice nei confronti dei migranti.

(Foto Basilica di Saint Mary)

Come sta attraversando la comunità questo momento?
Ho ascoltato molti parrocchiani dopo la messa e attraverso email e messaggi: stanno vivendo una grande difficoltà. Lo erano già dopo la morte di Renee Good e lo sono ancora di più dopo quella di Alex Pretti. Per molti è tutto travolgente.

Le persone si sentono impotenti, non sanno cosa fare. Abbiamo offerto occasioni di preghiera, messe speciali e spazi di dialogo.

Negli ultimi mesi abbiamo vissuto un accumulo di sofferenza: l’uccisione dei coniugi Hortman, la sparatoria nella scuola cattolica Annunciation e ora questi due omicidi. Cattolici e non solo si sentono disorientati.

Qual è la sua preoccupazione più urgente per i migranti?
Il loro benessere e la loro salute. Vivono tra noi da anni, contribuendo al bene comune. Nella stragrande maggioranza sono persone rispettose della legge e membri costruttivi della società. Ora però sono isolate e impaurite. Ho ascoltato la testimonianza di un uomo che, dopo essere stato in chiesa, si è nascosto nel bagagliaio dell’auto di famiglia per non essere individuato dall’ICE. Molte tattiche sembrano pensate per alimentare paura e intimidazione.

Che cos’è l’ICE

L’Immigration and Customs Enforcement (ICE) è l’agenzia federale statunitense responsabile dell’applicazione delle leggi sull’immigrazione e del contrasto ai reati transnazionali. Opera all’interno del Department of Homeland Security ed è coinvolta in operazioni di arresto, detenzione ed espulsione di migranti irregolari. Negli ultimi anni il suo operato è stato oggetto di forti controversie per l’impatto sulle comunità migranti e per l’uso di pratiche considerate intimidatorie.

Un comportamento in contrasto con l’insegnamento della Chiesa…
Evidentemente contrario alla dottrina sociale, che pone al centro la dignità di ogni essere umano: criterio fondamentale per giudicare la moralità delle leggi.

Uno Stato ha il diritto di regolare i propri confini, ma la questione è se questa regolazione sia giusta. Queste persone si sentono braccate.

Eppure, nel buio, c’è stata anche luce. Moltissimi si sono mobilitati per offrire pasti e beni essenziali: è il ministero dell’accompagnamento messo in pratica.

Come ha risposto la comunità ecclesiale dopo le uccisioni?
La messa serale celebrata il giorno successivo all’omicidio di Alex ha visto una grande partecipazione. Molti ci hanno espresso gratitudine, anche non cattolici che raramente entrano in una chiesa. È stato chiesto loro di portare a casa una candela come segno di preghiera per Alex, per la sua famiglia e per l’intera comunità. Abbiamo celebrato anche una messa per la pace e la giustizia dopo la morte di Renee Good, anch’essa molto partecipata.

Nell’omelia come ha affrontato questo dolore?
Ho cercato di nominare il danno, che è molteplice. Lavoro da tempo nell’ambito della giustizia riparativa, i cui principi sono applicati con maggiore efficacia in Europa che negli Stati Uniti.

È essenziale riconoscere il danno e, col tempo, ripararlo per ristabilire relazioni giuste.

Siamo ancora lontani da questo traguardo, ma il primo passo è incoraggiare le persone a dare un nome a ciò che provano.

Avete organizzato altri momenti di elaborazione comunitaria?
Dopo la sparatoria alla scuola Annunciation, la Basilica ha ospitato un incontro pubblico nel quale insieme a uno psicologo abbiamo parlato della natura del trauma. Poi si sono svolti cerchi di guarigione in cui i presenti hanno potuto condividere ciò che sentivano. In momenti come questi è fondamentale spalancare le porte delle nostre chiese per offrire occasioni di preghiera, fraternità e dialogo.

Cosa possono fare i leader cattolici?
Chiedere un processo e un’indagine giusti, rigorosi e trasparenti.

La Chiesa insegna che il giusto processo è un diritto naturale.

Queste corse al giudizio sono fondate su ideologia e posizionamenti politici, dunque contrarie alla giustizia e al bene comune.

Ci sono state prese di posizione significative nella Chiesa americana?
Il card. Tobin di Newark ha fatto notizia invitando i cattolici a contattare i propri rappresentanti eletti per dire no al finanziamento dell’ICE, dopo aver denunciato comportamenti fuori dalla legalità.

Quali passi sono necessari per raggiungere una giustizia duratura?
Il Minnesota ha ancora molto lavoro da fare. Nonostante la reputazione di “Minnesota Nice”, il nostro Stato presenta alcune delle più gravi disparità razziali del Paese. Questo fenomeno, noto come “paradosso del Minnesota”, è emerso in modo particolare dopo l’uccisione di George Floyd nel 2020.

Vede segnali positivi?
Molti cittadini hanno preso posizione in favore dei migranti e hanno protestato contro politiche che riteniamo ingiuste e disumane. Ma il cammino è ancora lungo. Come pastore, il mio compito è aiutare i parrocchiani a comprendere cosa intenda la dottrina sociale per giustizia e pace durature: quali condizioni favoriscono il bene comune e quali aspetti della nostra cultura debbano essere trasformati alla luce del Vangelo.

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