Dopo la frana che ha colpito Niscemi, con l’evacuazione di numerose famiglie, la diocesi di Piazza Armerina segue da vicino l’emergenza attraverso parrocchie e Caritas. Mons. Rosario Gisana, vescovo di Piazza Armerina, legge il dolore di una comunità ferita, indica le prime forme di accoglienza attivate e richiama la politica a interventi preventivi e soluzioni stabili. Sullo sfondo, la prospettiva dell’ecologia integrale e di una ricostruzione sociale e spirituale condivisa.

(Foto Diocesi di Piazza Armerina)
Eccellenza, in questi giorni molte famiglie sono state evacuate, la città vive paura e incertezza. È il dolore di una comunità che vede le proprie case e il proprio territorio a rischio.
È un momento drammatico per tante famiglie che hanno visto perdere la propria casa e svanire i sacrifici di un’intera vita.
La comunità cristiana non può restare indifferente al dolore di questi fratelli e sorelle.
La veglia di preghiera che abbiamo celebrato insieme con gli sfollati è stata un piccolo segno di solidarietà e di vicinanza. Abbiamo invocato il Signore e, rammentando il miracolo di Cana, gli abbiamo chiesto con forza di “obbedire” a quanto la Madonna medierà per noi. Siamo certi della sua presenza, consapevoli che la consolazione di Dio passa anche attraverso la nostra partecipazione effettiva e concreta.
Le parrocchie e la Caritas si sono attivate per sostenere gli sfollati. Quali passi concreti sta mettendo in campo la diocesi e quali iniziative immagina per accompagnare le famiglie nel medio periodo?
La Caritas diocesana, guidata dai diaconi permanenti, si è attivata sin da subito, offrendo la propria collaborazione alle associazioni impegnate sul campo, in particolare alla Protezione civile, e coinvolgendo i presbiteri della comunità niscemese in diverse forme di supporto, come la distribuzione di coperte e alimenti.
Alcune famiglie sono state accolte da altre famiglie delle comunità parrocchiali e in un istituto delle suore della Santa Famiglia.
A breve avvieremo anche una raccolta fondi, per consentire alla comunità diocesana di esprimere in modo concreto la propria solidarietà.
Diversi residenti parlano di “tragedia annunciata”, ricordando fragilità del territorio e responsabilità istituzionali. Quale parola sente di rivolgere alla politica locale e nazionale?
È un’occasione per manifestare solidarietà, ma anche coerenza rispetto a quanto viene dichiarato nei programmi politici.
Occorre riconoscere che sarebbe stato necessario intervenire in modo preventivo e che ora il sostegno deve tradursi in soluzioni concrete e risolutive.
A partire, anzitutto, dalla possibilità per le persone di riprendere un ritmo di vita ordinario, destinando a questo scopo risorse adeguate, alle quali è giusto che contribuisca anche la comunità ecclesiale.
La frana di Niscemi viene inserita nel quadro più ampio dei cambiamenti climatici e della cura della casa comune. In che modo questa ferita del territorio richiama la riflessione sull’ecologia integrale?
Questo evento drammatico, che si aggiunge ad altri già verificatisi nel nostro territorio, locale e nazionale, sollecita un ripensamento serio del modo in cui viviamo le relazioni, anzitutto con le persone, vicine o lontane, soprattutto con chi si trova in situazioni di marginalità. È da qui che bisogna partire: dall’attenzione e dalla cura dei poveri. Da questa sensibilità nasce un approccio integrale che abbraccia anche la terra.
Quanto accaduto a Niscemi è l’effetto di una relazionalità compromessa, segnata da egoismi e interessi.
Quando si perde di vista il bisogno dell’altro, viene meno anche la cura del territorio, che in definitiva riflette ciò che siamo.
Guardando avanti, ci saranno scelte difficili e tempi lunghi per la città. Che tipo di ricostruzione sociale e spirituale immagina per Niscemi e quale ruolo potrà avere la Chiesa in questo processo?
L’impegno ecclesiale è rilevante sotto un duplice profilo: formativo e concreto. Il primo riguarda la formazione delle coscienze, un compito proprio della Chiesa: ascoltare, sollecitare, orientare, nella consapevolezza che solo “insieme” è possibile rilanciare una cittadinanza che ha bisogno di segni credibili. Il secondo profilo riguarda l’impegno concreto: la ricostruzione non può essere demandata soltanto alle istituzioni civili. Anche la comunità ecclesiale deve sentirsi coinvolta, con forme di presenza che rendano visibile e credibile la prossimità. Poiché i tempi saranno inevitabilmente lunghi, abbiamo in progetto una proposta che aiuti a esprimere questa vicinanza, nella scia del buon samaritano.

