Sono gruppi di edifici impenetrabili, dove nemmeno la polizia si avvicina. Lungo le permeabili frontiere nel Sudest asiatico, tra nazioni come Myanmar, Cambogia, Laos, Thailandia, si scorgono palazzoni in cemento, recintati da mura e filo spinato, difesi da guardie armate. Cosa mai si muove all’interno di quelle misteriose costruzioni? Il mistero è stato svelato da pochi anni, grazie a chi è riuscito a fuggire, o grazie a quei (pochi) blitz delle forze dell’ordine delle nazioni coinvolte. Sono le scam cities, le “città della truffa”, una autentica piaga nel Sudest asiatico, in quanto epicentro del traffico di esseri umani promosso da società criminali che per anni hanno agito indisturbate, incrementando a dismisura il fenomeno.
Tratta, violenza, truffe… Le reti delinquenziali, con agganci negli apparati dei governi, da un lato organizzano la tratta e la schiavitù di persone da nazioni dell’area (Cina, Indonesia, Filippine e perfino dall’Africa); dall’altro costringono le vittime ad adescare potenziali investitori, soprattutto in Stati Uniti ed Europa, compiendo truffe on line da cui uscire con certa impunità. Quei compound, dove si calcola siano rinchiusi almeno 250mila cyber-schiavi, sono agglomerati urbani situati in zone poco controllate dalla polizia. Un po’ perché le bande armate proliferano in zone tormentata da conflitti (come la guerra civile in Myanmar e le ostilità al confine tra Cambogia e Thailandia); un po’ perché, evidentemente, i vertici delle forze dell’ordine sono coinvolti in giri di corruzione e chiudono un occhio su quelle attività illecite. E così, nelle anonime e grigie strutture, brulicano call center dove migliaia di persone, brutalizzate da metodi violenti, lavorano incessantemente per ingannare persone in tutto il mondo. Le tecniche utilizzate sono varie: si va dal “romance scam” (una ragazza avvenente propone una corrispondenza romantica), fino al phishing, con un unico obiettivo: sottrarre informazioni personali e denaro. Le vittime, contattate anche con messaggi WhatsApp, sms o su altre chat (l’Italia non è immune), sono spesso anziani o persone particolarmente vulnerabili, attratte con promesse di facili guadagni, con il miraggio di una relazione amorosa o con la pressione di agire per una falsa emergenza.
Business miliardario e senza scrupoli. Quello delle scam cities è un fenomeno di cui si è cominciato a parlare negli ultimi anni, soprattutto negli Stati Uniti, il Paese più ambito dagli “scammisti”, gli schiavi che devono portare a termine le truffe. È tornato alla ribalta dato il suo collegamento con la crisi e il conflitto civile in Myanmar: infatti dopo il colpo di Stato militare nel 2021, approfittando dell’instabilità e degli scarsi controlli, il confine birmano-thailandese è divenuto terreno fertile dove bande criminali cinesi e transnazionali si sono insediate, costruendo edifici dedicati alle frodi on line, organizzando il traffico di persone, crimini informatici, contrabbando di armi e droga, in una specie di
grande hub della criminalità organizzata
come lo definisce il Global Organized Crime Index. Migliaia di persone continuano a essere adescate e trasportate illegalmente per lavorare in questi centri dove, secondo un rapporto delle Nazioni Unite, fiorisce un business che nel 2021 era stimato globalmente in 7,8 miliardi di dollari di somme rubate. La clamorosa storia di Wang Xing, attore cinese attratto da un falso ingaggio e condotto in una scam cities in Myanmar, ha contribuito a svelare il fenomeno. Grazie all’intervento della polizia thailandese, l’uomo è stato liberato, e con lui 1.200 vittime di 12 nazionalità diverse, prigioniere della mafia cinese, sono state rimpatriate.
Combattere il traffico di esseri umani. L’attenzione della stampa internazionale ha convinto i governi dell’area ad avviare una cooperazione multilaterale per reprimere i crimini transfrontalieri. “Ma la collaborazione non è agevole e intanto il crimine prospera trovando sempre nuove sponde negli apparati governativi”, spiega a Popoli e Missione Emanuele Giordana, giornalista di Lettera22 e ricercatore che al fenomeno ha dedicato gli ultimi tre anni di studio e di indagine, sfociati in un libro e in un podcast. Tra le soluzioni prospettate, come ha riferito l’Agenzia Fides, anche quella di erigere un muro lungo il confine. “Il traffico di esseri umani è una piaga che bisogna affrontare con tutti gli strumenti a disposizione”, ha rimarcato il gesuita padre Enrique Figaredo Alvargonzález, missionario spagnolo e prefetto apostolico della provincia cambogiana di Battambang, al confine con la Thailandia. “Tuttavia – ha proseguito – il progetto di una barriera sembra irrealistico, considerando le migliaia di lavoratori che attraversano ogni giorno le frontiere”. “È necessario invece – spiega Figaredo – incrementare il dialogo e la cooperazione tra governi, a tutti i livelli, anche con contributo di Ong, per combattere la tratta di esseri umani e svolgere un’opera educativa, per sensibilizzare la popolazione, in pieno accordo con le autorità civili”.
PRIGIONIERI DEL CRIMINE
L’australiana Mechelle Moore, direttrice generale dell’Ong Global Alms, è tra le maggiori esperte e testimoni oculari del fenomeno delle “città della truffa”. Moore guida un team che recupera fuggiaschi dalle scam cities, eludendo le bande armate. Con una hotline attiva 24 ore su 24 e una squadra d’emergenza attiva a Mae Sot (in Myanmar), Global Alms affianca la polizia locale e internazionale, l’immigrazione, le ambasciate e i servizi sociali. Per questo la donna ha ricevuto minacce e intimidazioni. È lei ad aver svelato il meccanismo del reclutamento: le vittime, adescate in varie nazioni dell’Asia orientale con annunci di lavoro, non si accorgono nemmeno di aver attraversato un confine. Scaricate nei palazzi dove si organizzano le truffe, con il sequestro dei beni personali, cellulare e passaporto, comprendono che il loro destino è diventare cyber-schiavi. Costretti a un addestramento lampo, acconsentono a compiere le truffe sotto ricatto, per sopravvivere. Chi si rifiuta, infatti, viene torturato con elettroshock, percosse, stupri di gruppo. I cyber-schiavi, anello debole della catena, si dedicheranno a stanare pensionati o ignari cittadini che, all’altro capo del mondo, si lascino convincere ad avviare redditizi investimenti che poi, quando ormai è troppo tardi, si riveleranno furti on line.
VIAGGIO SULLA FRONTIERA DELL’ILLEGALITÀ
Si intitola “Asia criminale” il libro edito da Baldini&Castoldi, firmato da due giornalisti e analisti di lungo corso, Emanuele Giordana e Massimo Morello, che hanno visitato, indagato per lungo tempo e scritto un dettagliato reportage a quattro mani sul fenomeno delle scam cities nel Sud est asiatico. I due ricostruiscono i fili di un tessuto in cui si intrecciano affari della criminalità, trafficanti di armi, interessi dei governi e delle élites politiche e finanziarie nei diversi Stati della regione, dove l’instabilità e i conflitti in corso favoriscono lo sviluppo di sempre nuove città della frode. Accanto al libro, vi è Scam cities un podcast in due puntate (disponibile su Spotify e sulle piattaforme più diffuse), raccontato da Emanuele Giordana e dalla fotografa Monika Bulaj.
(*) Popoli e Missione

