“Costruire la pace significa lavorare perché persone di religioni e identità nazionali diverse possano vivere insieme. Qui questo vuol dire promuovere relazioni di pace tra israeliani e palestinesi, tra ebrei, cristiani e musulmani. Non è un’idea astratta, ma un impegno quotidiano”.

Sarah Bernstein, Rossing Center Jerusalem
©Mazur/cbcew.org.uk
Con queste parole Sarah Bernstein, direttrice esecutiva del Rossing Center di Gerusalemme, spiega il significato di costruire la pace” in Israele e Palestina, un impegno che il Centro ha assunto sin dalla sua fondazione, nel 2006, nella consapevolezza che “comprensione, giustizia e uguaglianza consentiranno a israeliani e palestinesi di vivere in pace”. Una missione portata avanti “insegnando competenze e valori di inclusività all’interno del sistema educativo israeliano, nonché coinvolgendo ebrei e arabi in spazi misti”.
Si tratta di un approccio attivo, non passivo. Ma in che modo lo mettete in pratica?
Lavoriamo molto nel sistema educativo, aiutando le scuole a educare i bambini alla convivenza e alla pace, offrendo loro strumenti concreti per vivere in una società condivisa. In generale, aiutiamo le persone a imparare come dialogare anche con chi ha opinioni diverse, come ascoltare e come confrontarsi senza negare le differenze.
Come si riesce a motivare persone diverse, anche in contesti di forte pressione come il vostro, a testimoniare insieme questi valori?
Creiamo spazi in cui le persone possano ascoltarsi davvero. Anche quando non siamo d’accordo su tutto, condividiamo valori comuni: uguaglianza, giustizia, sicurezza e pace. L’aspetto fondamentale è imparare ad ascoltare, a valorizzarsi reciprocamente e persino a stare bene insieme, nonostante le divergenze.
Spesso si dice che i giovani siano i più aperti al dialogo. È davvero così?
Temo che sia una visione un po’ ottimistica. Le nostre ricerche mostrano che, in molti casi, i giovani hanno posizioni persino più radicali degli adulti. Vediamo una polarizzazione crescente e una difficoltà diffusa a parlarsi. Per questo è essenziale imparare a dialogare e ad ascoltarsi fin da giovani.

(Foto AFP/SIR)
Che impatto hanno avuto e stanno avendo l’attacco terroristico del 7 ottobre e lo scoppio della guerra a Gaza, sulle società israeliana e palestinese?
L’impatto è stato cataclismatico. Tutti sono profondamente traumatizzati: non c’è nessuno che non sia stato toccato direttamente o indirettamente da questa situazione. La paura, il senso di attacco continuo e il dolore sono diffusi. Senza affrontare e curare questo trauma collettivo, sarà molto difficile andare avanti.
Educazione e dialogo possono essere una forma di “terapia” per questa ferita aperta?
Crediamo che siano indispensabili. Educazione per i giovani, dialogo tra le persone, la capacità di ascoltarsi e di parlarsi di nuovo. Dobbiamo rinnovare la fiducia nel fatto che possiamo e dobbiamo imparare a vivere insieme. Non esiste una soluzione immediata, ma se non iniziamo, non arriveremo mai da nessuna parte.
Negli ultimi anni si sono registrati sempre più episodi di ostilità verso la comunità cristiana in Israele e a Gerusalemme. Come se li spiega?
C’è una radicata paura dell’ebraismo nei confronti del cristianesimo, legata alla storia europea di persecuzioni. A questo si aggiunge un nazionalismo religioso che porta alcuni a interpretare la fede in modo distorto, pensando che la terra appartenga a un solo gruppo, mentre appartiene a Dio e a tutti coloro che la abitano. Va detto che si tratta di una minoranza, ma il fenomeno esiste.
Perché, anche quando sono maggioranza, molti ebrei si sentono ‘minoranza’?
Per la storia. Il popolo ebraico ha vissuto per secoli come minoranza perseguitata. Ancora oggi, guardando al mondo cristiano o arabo, molti ebrei si percepiscono come un popolo piccolo e vulnerabile, anche quando qui sono numericamente maggioranza.
Guardando al futuro, quale speranza vede per questa terra?
So che dobbiamo imparare a vivere insieme e so che è possibile. Al Rossing Center lo facciamo ogni giorno: lavoriamo insieme, ci incontriamo, costruiamo relazioni autentiche. Questa può essere la vita di tutti. C’è sempre spazio per il dialogo: sta a noi creare quello spazio e abitarlo.

