Giorno della Memoria. Milena Santerini (Univ. Cattolica): “La memoria deve diventare un monito vivo, capace di parlare al presente”

Nel Giorno della Memoria Milena Santerini, vicepresidente del Memoriale della Shoah di Milano, riflette sull’aumento dell’antisemitismo dopo il 7 ottobre e sulla crisi della memoria. Nessun fallimento, ma l’urgenza di cambiare il modo di comunicare la Shoah, trasformandola in un monito vivo contro razzismo, discriminazione e ingiustizia, capace di parlare al presente e difendere la democrazia

“Non parlerei di fallimento. Probabilmente dobbiamo cambiare il modo in cui comunichiamo ciò che è accaduto durante la Seconda Guerra Mondiale”. A parlare è Milena Santerini dell’Università Cattolica di Milano, vicepresidente del Memoriale della Shoah di Milano che dal 2020 al 2022 è stata coordinatrice nazionale per la lotta contro l’antisemitismo. Lo fa nel giorno in cui si celebra la Giorno della Memoria e in cui il mondo si ferma per ricordare le vittime della Shoah e tutte le persone perseguitate dal regime nazista e dai suoi alleati durante la Seconda guerra mondiale. Commemorazioni si stanno tenendo nelle sedi delle grandi organizzazioni internazionali. Da New York a Ginevra nelle sedi delle Nazioni Unite. E nelle capitali europee. “Dobbiamo far capire – aggiunge Santerini – che non si tratta soltanto di una celebrazione o del ricordo delle vittime di un passato, ma di una denuncia di fenomeni di razzismo, ingiustizia e discriminazione che potrebbero ripetersi.

Forse è questo che va cambiato: la memoria deve diventare un monito vivo, capace di parlare al presente”.

In Italia, il cuore delle celebrazioni istituzionali si terrà nel Palazzo del Quirinale, dove il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, accoglie le più alte cariche dello Stato.

Professoressa, in quale clima celebriamo quest’anno la Giornata della Memoria? Purtroppo, il bilancio non è positivo…

Il clima è difficile perché, dopo il 7 ottobre — il terribile attacco terroristico di Hamas — e dopo il conflitto a Gaza, nella società sono riemerse molte pulsioni, potremmo dire vere e proprie manifestazioni di antisemitismo. Queste tendenze finiscono per mettere in crisi la memoria: la relativizzano, la banalizzano, sovrappongono passato e presente, arrivando a dire che “gli altri fanno oggi ciò che loro hanno subito ieri”. Si creano così equazioni inaccettabili tra le azioni del governo israeliano — che naturalmente ciascuno ha il diritto di criticare o condannare — e gli ebrei in generale.

Una sovrapposizione pericolosa, che alimenta atti di antisemitismo e riduce persino la propensione a tutelare e coltivare la memoria.

In effetti, dopo il 7 ottobre nulla è stato semplice e tutto sembra essersi quasi riavvolto in un passato oscuro. Lei, dal 2020 al 2022, è stata Coordinatrice Nazionale per la lotta contro l’antisemitismo. E’ sempre stata impegnata a lavorare su questo fronte. Come vive oggi questo rigurgito di antisemitismo che attraversa oggi l’Italia. Avverte un senso di fallimento?

Assolutamente no. La “causa”, per così dire, è quella di conservare la memoria di ciò che è accaduto, di dare voce ai testimoni della profonda ingiustizia che hanno vissuto sulla propria pelle, come esclusione, discriminazione, deportazione e poi sterminio solo perché parte di un intero gruppo umano che, nelle intenzioni dei persecutori, non avrebbe dovuto continuare a esistere sulla faccia della terra. È una causa che serve alla società civile, che tutela la nostra democrazia.

È una causa di umanità: significa affermare che non esistono persone di serie A e di serie B, che nessuno può essere privato del diritto di vivere, che non esistono gruppi “inferiori”.

La memoria è imprescindibile, fa parte della nostra coscienza morale. Tuttavia, guardo con grande preoccupazione al fatto che oggi ci siano molte meno manifestazioni, meno visite ai luoghi della memoria, meno sensibilità verso ciò che accadde allora. E questa sovrapposizione tra gli eventi attuali e il passato è, ovviamente, molto allarmante. Non parlerei però di fallimento. Probabilmente dobbiamo cambiare il modo in cui comunichiamo ciò che è accaduto durante la Seconda Guerra Mondiale. Dobbiamo far capire che non si tratta soltanto di una celebrazione o del ricordo delle vittime di un passato, ma di una denuncia di fenomeni di razzismo, ingiustizia e discriminazione che potrebbero ripetersi. Forse è questo che va cambiato: la memoria deve diventare un monito vivo, capace di parlare al presente.

L’attualità purtroppo non aiuta: le notizie che arrivano da Israele non favoriscono la causa della fraternità con il popolo ebraico. Come si può superare e guarire una ferita che ancora pulsa così intensamente?
Bisogna distinguere. La semplificazione che mette sullo stesso piano le azioni di un governo e l’intero popolo ebraico è già di per sé una parte importante del problema. Identificare tutti gli ebrei con le scelte politiche di Israele è l’inizio di una posizione evidentemente discriminatoria. Possiamo e dobbiamo conservare la memoria, possiamo e dobbiamo dire “mai più” a partire da quei fatti, e allo stesso tempo denunciare le violazioni del diritto internazionale che avvengono — e che sono avvenute — a Gaza.

Che cosa può dire oggi la Shoah in un mondo che, purtroppo, sembra di nuovo riavvolgersi nel passato? Che cosa può dire alla coscienza dell’umanità il mondo ebraico?
Dopo la guerra, il mondo ebraico — nonostante tutto ciò che aveva subito — è stato in prima linea nella difesa dei diritti universali: nella lotta contro l’apartheid, contro la pena di morte, contro il razzismo negli Stati Uniti. Il messaggio che ci trasmette è chiaro: è inaccettabile deportare gli immigrati, come sta avvenendo nell’America di Trump; è inaccettabile criminalizzare la solidarietà verso i profughi, come accade nel Mediterraneo. La Shoah ci chiede di mantenere viva la consapevolezza che tutti abbiamo lo stesso valore. Ed è angosciante vedere che, nonostante le lezioni che il mondo ebraico — e tutti noi — avevamo appreso costruendo istituzioni come l’Onu o l’Unione Europea, questi principi vengano oggi messi in discussione.

Spero però che avremo gli anticorpi democratici per reagire. E, in questo, la memoria della Shoah può ancora aiutarci.

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