Dalla Dottrina Monroe a Trump, l’Europa resta il bersaglio strategico dell’egemonia americana in chiave multipolare

Dall’indipendenza americana alla Dottrina Donroe, il rapporto tra Stati Uniti ed Europa si è mosso tra affinità e dominio. Oggi Trump esaspera l’ambivalenza storica, tra pressioni economiche e crisi geopolitiche. Una postura che impone all’Europa una riflessione strategica per superare la dipendenza e ritrovare la propria vocazione nel multilateralismo

(Foto ANSA/SIR)

Gli strattoni di Trump, per molti, stanno rompendo l’idillio naturale tra Stati Uniti ed Europa. Eppure, con sguardo storico, il flirt si direbbe quantomeno ambivalente.
Al di là dell’espediente retorico, a Davos Trump ha detto di amare l’Europa, ma di ritenerla inetta e degradata. In fondo, la radice dell’odio-amore rimonta agli esordi dell’American Spirit partorito da una guerra rivoluzionaria d’indipendenza, coincidente con lo state-building avviato nel 1776 e intriso sia dei principi dell’illuminismo liberale europeo sia di una religione civile che molto deve ai puritani che nel Nuovo Mondo individuarono la “Terra promessa” del narrato biblico, lasciandosi alle spalle l’“Egitto” europeo, tirannico e corrotto. Nel discorso di commiato a fine mandato, già George Washington celebrò l’antitesi. Tuttavia la rivendicazione dell’affrancamento, utile a puntellare il sentimento nazionale, è convissuta sempre con un nostalgico senso di derivazione ancestrale di una civiltà altrimenti senza passato. Anche con pragmatismo, visto il supporto ottenuto dalle corone di Francia e Spagna per battere l’Inghilterra, incrociando ancora le armi con Londra anche grazie alla sponda napoleonica per aprirsi la via dell’Ovest e per le dispute con il Canada. Poi l’avversione divenne antifrancese, per ragioni di marina mercantile. A fine secolo fu la volta del “faraone” spagnolo, quando, per sostenere l’indipendenza di Cuba, la guerra ispano-americana servì a subentrare a Madrid nei Caraibi.
Ma a monte la svolta fu data nel 1823 dalla Dottrina Monroe, con cui l’omonimo presidente definì l’emisfero occidentale (cioè il continente americano) un’area preclusa alle ingerenze europee: strategia isolazionistica, necessaria al protezionismo dapprima necessario a consolidarsi, per poi dotarsi di una forza industriale e navale idonea a proiettarsi sui mari subentrando all’egemonia britannica e aprirsi al free market in posizione di primato. Il Corollario Roosevelt al monroismo, nel 1904, incarnò quest’evoluzione, puntando le cannoniere sulle navi europee per blindare l’agenda imperialistica sul continente.
Nel decennio successivo, per eterogenesi dei fini, il Destino Manifesto, intriso di missione eccezionalistica, che Jackson aveva riferito all’instaurazione in Nordamerica dell’“Impero della libertà”, si innestò su scala extracontinentale nei principi di Wilson a esito della Prima guerra mondiale. Un intervento mosso dal bisogno di preservare i traffici statunitensi dalla marina tedesca si sublimò a Versailles in un internazionalismo liberale inteso a coordinare la politica mondiale. Ma di nuovo fu l’ambivalenza verso l’Europa a far sì che il Congresso non ratificasse l’adesione alla Società delle Nazioni.
Con la Seconda guerra mondiale si replicò: scaturigine europea e neutralità degli Usa superata in virtù della minaccia all’egemonia sugli oceani. La vittoria incrociò l’abbrivio del bipolarismo con l’Urss. Il Patto Atlantico, il Piano Marshall e infine la Nato concepirono l’Europa come piattaforma per condurre la rivalità. Il sogno americano divenne quello degli europei, modello e assicurazione di benessere e protezione. Il processo di integrazione, dalla Ceca in poi, fu oggetto di avvisi contrastanti: da un lato quanti (come Kennedy) auspicavano la razionalizzazione dei rapporti con un soggetto appunto unitario; dall’altro il timore di chi (come Kissinger) paventava un nuovo concorrente (di certo non militare, vista la sovranità in tale sfera appaltata a Washington), d’altronde neanche così coeso per imprimergli una disciplina uniforme.
La fine del bipolarismo trovò Usa ed Europa a fornire due letture antitetiche del futuro: i primi a preconizzare la “fine della storia” in chiave unipolare; la seconda (non tutta, se consideriamo l’Est reclutato nella Nato come fedelissimo proxy del primato statunitense sul Continente) a immaginare lo “sciogliete le righe” foriero di maggiore libertà di manovra. A incoraggiare tale visione contribuì l’incentivo clintoniano alla globalizzazione, in cui tutti avrebbero avuto spazio, pur sempre sotto la regia Usa dotata delle redini del dollaro. La lotta al jihad internazionale e l’attacco all’Iraq, pur rivelando l’equivoco, mostrarono, con l’obbedienza pur riottosa di Berlino e Parigi, quanto restasse inaggirabile l’hard power innervato nel Vecchio Continente per oltre mezzo secolo. Ma la spinta a cavalcare una nuova minaccia globale per avviare il New World Order si arrestava per via dell’insostenibilità materiale dell’egemonia planetaria, a fronte della sfida cinese e del multipolarismo incubato nelle meccaniche stesse della globalizzazione. Dunque l’esigenza di alleggerirsi del carico gestionale in Europa, per concentrarsi sui punti caldi. Ma non prima di recidere i canali, antichi e nuovi, tra questa e i concorrenti. Ecco allora già con Obama le prime strategie per imporre il disaccoppiamento economico dell’Europa da Cina e Russia, unite alle pressioni (condite dalla taccia di “scrocconi”) a spendere di più per la Nato, specialmente nel comparto armi a stelle e strisce. Biden ha proseguito in scia, aggiungendo provvedimenti utili a dirottare capitali dall’Europa per il rilancio dell’industria nazionale. E poi tariffe e sanzioni, sull’esempio del primo mandato di Trump, per ostacolare i nuovi legami energetici con la Russia e tranciare i rami europei delle Vie della Seta.
Il conflitto in Ucraina ha fatto il resto, riesumando una cortina di ferro che d’altra parte ha saldato l’abbraccio sino-russo. Ma soprattutto ha collocato in un vicolo cieco la dipendenza europea da Washington, con una portata mai vista neanche durante la Guerra fredda. Ed è quel che oggi consente a Trump di assestare ceffoni a chi, ammanettatosi al palo dell’eteronomia, ora patisce le sterzate della cosiddetta “Dottrina Donroe”: più che neoisolazionismo, certezza di estorcere da un vassallo senza sponde e potere negoziale quel che da altri partner – beneficiati dalle alternative offerte dal multipolarismo – non si può ottenere, per rilanciare la potenza Usa in affanno concorrenziale.
Assistiamo a una postura diversa in stile e intensità, ma costante, per molti versi, rispetto all’ambiguità con cui l’Europa resta il riferimento dialettico con cui gli Usa si definiscono in rapporto al mondo. Cosa ricavare dalle esasperazioni odierne? Una lezione, se non l’occasione per trovare l’autonomia strategica conforme a una politica – europea, più che nebulosamente “occidentale” – che riscopra la propria specificità nel multilateralismo e nella cooperazione a geometria variabile. Non è più tempo di mutuare vocazioni altrui, sperando di trarre vantaggio dalle polarizzazioni: la nemesi, punendo, addita anche il bisogno di una svolta.

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