
(Foto Majcen)
“La terra non è solo un territorio su una mappa; è cultura, memoria e identità”. È la voce di padre Tomaž Majcen, francescano conventuale parroco a Nuuk, in Groenlandia. Arriva all’indomani del discorso pronunciato dal presidente Usa Donald Trump che dal palco del World Economic Forum di Davos torna a mettere sotto pressione l’Europa, chiedendo “negoziati immediati” per l’acquisizione dell’isola artica da parte degli Stati Uniti e avvertendo gli alleati che un rifiuto avrebbe conseguenze politiche ed economiche. Groenlandia, obiettivo ritenuto vitale per la sicurezza strategica degli Usa. Trump assicura gli alleati europei di non voler ricorrere all’opzione militare, almeno per adesso e che la porta per il dialogo resta aperta. Oggi, il presidente Trump ha avuto un incontro con il segretario della Nato Mark Rutte. E su Truth scrive: “Sulla base di un incontro molto proficuo che ho avuto con il segretario generale della Nato, Mark Rutte, abbiamo definito la struttura di un futuro accordo relativo alla Groenlandia e, di fatto, all’intera regione artica. Questa soluzione, se finalizzata, sarà estremamente vantaggiosa per gli Stati Uniti d’America e per tutte le nazioni della Nato”.
Padre Majcen, Trump insiste. Perché è così interessato alla Groenlandia? Perché ora?
Dal mio punto di vista, la Groenlandia attira l’attenzione per la sua posizione strategica nell’Artico, le sue risorse naturali e le nuove rotte commerciali che si aprono con lo scioglimento dei ghiacci. Le grandi potenze stanno chiaramente osservando questa regione con maggiore attenzione rispetto al passato. Perché ora? Penso che il mondo stia cambiando rapidamente – dal punto di vista geopolitico, ambientale ed economico – e i leader guardano avanti a ciò che il futuro potrebbe riservare. Tuttavia, come sacerdote che vive qui, cerco di guardare prima di tutto al lato umano: le persone che chiamano questa terra casa, le loro famiglie, le loro tradizioni e le loro speranze. Per me, questo è sempre più importante dei calcoli politici.
Cosa ne pensa dell’uso del termine “acquisizione” della Groenlandia da parte degli Stati Uniti? Che effetto le fanno queste parole?
Personalmente, il termine “acquisizione” mi mette a disagio. Sembra che si parli di un oggetto o di una proprietà, piuttosto che di un paese dove le persone vivono, pregano, crescono i figli e hanno profondamente a cuore la propria terra. Nel mio cuore, questo linguaggio suona freddo e distante dalla realtà umana. La terra non è solo un territorio su una mappa; è cultura, memoria e identità. Ascoltare una parola del genere mi fa riflettere su quanto sia importante che le discussioni politiche non dimentichino mai la dignità delle persone.

(Foto Majcen)
Può raccontarci le reazioni che queste parole hanno suscitato tra la popolazione locale della Groenlandia? Una terra può essere acquistata da uno Stato straniero?
Devo essere onesto: non ho parlato personalmente con la popolazione locale di questa specifica affermazione, quindi non voglio mettere le parole in bocca a nessuno. Non sarebbe giusto. In generale, penso che molte persone, ovunque, si sentirebbero a disagio quando si parla della loro patria in termini di “acquisto”. Una terra non è solo suolo; è casa. Domande come questa toccano sentimenti molto profondi di appartenenza e autodeterminazione.
Ha un appello urgente per i leader riuniti in questi giorni a Davos?
Sì, il mio semplice appello sarebbe questo: per favore, parlate con attenzione, umiltà e rispetto. Ricordate che dietro ogni dibattito politico ci sono comunità e vite reali. Esorterei i leader a preferire il dialogo alla tensione, la cooperazione alla rivalità e la saggezza ai titoli dei giornali. E, come sacerdote, aggiungerei un’altra cosa: non dimenticate la dimensione spirituale della leadership: la responsabilità di proteggere la pace, la dignità umana e il fragile mondo che condividiamo.

