Usa, un anno di Trump II: l’America in piazza e la frattura che attraversa il Paese

Oltre 800 proteste e scioperi attraversano gli Stati Uniti nel “Free America Walkout”. Al centro del dissenso politiche migratorie, uso estensivo degli ordini esecutivi e concentrazione del potere presidenziale. La protesta coinvolge anche elettori repubblicani delusi.

(Foto AFP/SIR)

(Da New York) A un anno esatto dall’insediamento di Donald Trump per il suo secondo mandato alla Casa Bianca, l’America è tornata in piazza. Oltre 800 tra proteste, scioperi e manifestazioni hanno attraversato il Paese, da nord a sud, componendo una mappa del dissenso che racconta più di qualsiasi sondaggio lo stato di tensione che attraversa la società statunitense.
L’iniziativa, ribattezzata “Free America Walkout”, ha invitato cittadini e lavoratori ad abbandonare scuole, uffici e attività commerciali intorno alle 14.00 ora locale. “Un’America libera inizia nel momento in cui ci rifiutiamo di collaborare”, si legge sul sito del movimento. “Questa non è una richiesta. È una rottura. Di fronte al fascismo, saremo ingovernabili”.
Una frattura che non riguarda soltanto l’opposizione politica, ma attraversa anche l’elettorato che aveva sostenuto il presidente. “Mi vergogno di essere americana”, sbotta Gail, repubblicana da sempre, commentando le operazioni dell’agenzia per l’immigrazione a Minneapolis, dove una donna bianca, cittadina statunitense, è stata uccisa mentre cercava di sottrarsi a un posto di blocco. Dopo sessant’anni di fedeltà al partito, oggi fatica a riconoscersi in un presidente che, a suo dire, non ne incarna più i valori.
Deluso è anche Tim, nome di fantasia, titolare di un’officina meccanica in Ohio. Gli agenti dell’Ice hanno arrestato due suoi dipendenti, entrambi in regola.

“Avevo votato Trump perché fermasse i criminali”, racconta, “non perché portasse via i miei lavoratori colpevoli solo di essere sudamericani”.

L’officina ha chiuso: nessun tecnico statunitense disposto a subentrare, nessun latinoamericano disposto a rischiare l’arresto.

Il fronte migratorio non è l’unico a preoccupare. L’ordinario militare degli Stati Uniti, l’arcivescovo Timothy Broglio, ha affermato che sarebbe “moralmente accettabile” per i soldati disobbedire a ordini contrari alla propria coscienza. Una dichiarazione arrivata nella stessa settimana in cui Trump ha ordinato il sequestro del presidente venezuelano Maduro e della moglie, rilanciato minacce sulla Groenlandia e annunciato nuovi dazi contro Paesi europei alleati. Sulla stessa linea anche il senatore Mark Kelly, ex ufficiale della Marina e astronauta, punito con la degradazione e il taglio della pensione militare.

Il primo anno del Trump II è stato segnato da 229 ordini esecutivi, dieci stati di emergenza e un progressivo svuotamento del ruolo del Congresso. Energia, immigrazione, politica commerciale, Corte penale internazionale: ogni dossier è diventato terreno di rafforzamento del potere esecutivo.

Agenti federali e Guardia Nazionale sono stati dispiegati nelle città contro la volontà delle autorità locali; funzionari indipendenti sono stati rimossi; il Dipartimento di Giustizia piegato a logiche di vendetta politica. Tagli alla ricerca scientifica e alla diplomazia hanno ulteriormente indebolito le fondamenta istituzionali del Paese.
Secondo un’analisi del Wall Street Journal, l’account social del presidente ha pubblicato oltre 6.000 post in un anno. Tra questi, più di 2.700 messaggi testuali hanno veicolato direttive politiche: dai tassi di interesse all’intelligenza artificiale, dal commercio globale alla politica industriale, senza tener conto dei canali istituzionali. Se l’imprevedibilità può essere una tattica geopolitica, richiede strategia. Gli impulsi mutevoli di Trump, amplificati dai social, hanno invece prodotto un livello di caos che inquieta anche chi lo aveva sostenuto. Tanto che oggi, paradossalmente, alcuni americani guardano all’estero in cerca di un argine al proprio stesso presidente.

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