C’è qualcosa di terribilmente insensato, volgare, vecchio e incoerente con una società che si dice moderna, nel modo in cui ancora oggi nel 2026 si gestiscono le controversie, i conflitti, i confronti. Su tutti i livelli, dalla scena internazionale fino al pianerottolo di casa. Come se la storia non avesse insegnato nulla, e la memoria non avesse lasciato traccia. A volte pare che l’evoluzione non abbia influito minimamente su un certo atteggiamento che si nutre esclusivamente di violenza, alimentandone altra, preferisce lo scontro al confronto, la forza all’intelligenza. In un mondo dove ancora prevale la legge del più forte, in una dinamica di instabilità e continuo rischio escalation. Siamo ancora convinti che una guerra si fermi soltanto se c’è una voce più forte, una minaccia più grande, un’arma più micidiale. Senza accorgerci che potenzialmente ci potrà sempre essere qualcuno o qualcosa “ancora più forte”. E allora ci rassegniamo ad una situazione di costanti minacce incrociate, una vita con la pistola puntata alla tempia. Dando per assodato un controsenso: che la pace si costruisca puntando un mitra o minacciando l’armageddon nucleare.
Il 27 gennaio si celebrerà la Giornata della Memoria. Dovrebbe essere occasione per ricordarci ciò che è stato e che può ancora essere. Ma come continuare a testimoniare oggi? Come fare memoria e cultura, aprendo gli occhi su dinamiche che non sono relegate a pagine di storia, ma in alcuni casi sono ancora presenti, in forma più o meno latente? Questa è la grande sfida, il grande lavoro da fare. Tutti, a tutti i livelli. In un contesto mondiale dove la speranza sembra non avere spazio. Ieri come oggi il tema non è la scelta tra guerra e pace, non è tra male e male minore. Oggi più di ieri la scelta può essere una soltanto, per scongiurare la fine. Scegliere la pace e costruirla ogni giorno. Perché quella della guerra è sempre e in ogni caso la scelta di una sconfitta.
*La Fedeltà

