Ormai è chiaro: ci sono pressioni esterne che mobilitano l’Unione europea e lasciano intravvedere risposte comuni a problemi comuni. In altri casi continua, anzi si accentua, il trend verso una proclamata autosufficienza nazionale e che marcia nella direzione opposta all’integrazione europea. La presidenza Trump appare, in tutto questo, un fattore scatenante.
Il riferimento va soprattutto alle azioni su scala geopolitica decise dalla Casa Bianca, che minano il diritto e l’ordine (semmai ci fosse stato) internazionale. Dall’Ucraina a Gaza, dal Venezuela all’Iran, per approdare in Groenlandia, la schizofrenia politica del Presidente Usa mette l’Ue – e il mondo intero – in una condizione di sisma continuo. Le regole non funzionano più, e neppure la logica.
Sull’emblematico caso-Groenlandia il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, si è sentito in dovere di convocare un summit straordinario, anche perché le minacce alla terra di ghiaccio, e al suo popolo, provenienti da Washington toccano diversi aspetti, non solo la libertà, l’autonomia e gli interessi dei groenlandesi. Così Costa ha messo nero su bianco, lunedì 19 gennaio, sei punti fermi attorno ai quali chiederà ai 27 leader europeo di serrare i ranghi: “Unità sui principi del diritto internazionale, dell’integrità territoriale e della sovranità nazionale; unità a sostegno e solidarietà con Danimarca e Groenlandia; riconoscimento del comune interesse transatlantico per la pace e la sicurezza nell’Artico, in particolare attraverso la Nato; valutazione condivisa che i dazi minerebbero le relazioni transatlantiche e sono incompatibili con l’accordo commerciale Ue-Usa; prontezza a difenderci da qualsiasi forma di coercizione; prontezza a continuare a collaborare in modo costruttivo con gli Stati Uniti su tutte le questioni di interesse comune”.
Si potrebbe quasi affermare che Costa richiami l’Unione europea a tornare a decisioni condivise e a un ruolo di protagonismo sulla scena mondiale. Non è detto che il risultato sia dietro l’angolo, ma potrebbe essere un passo nella direzione di una ritrovata unità d’intenti laddove un alleato di nome Stati Uniti (un Paese ancora amico?) sta prendendo una strada sbagliata e foriera di nuovi conflitti politici, commerciali e – il cielo non voglia – militari.
Del resto, ci sono diversi altri grandi temi all’ordine del giorno sui quali l’Ue appare sempre più divisa, con distanze accresciute tra i Paesi membri. Ad esempio la ricerca della pace: qui i Ventisette non mostrano posizioni comuni rispetto ai vari scenari aperti, in Europa e negli altri continenti. E che dire delle migrazioni, sulle quali si spendono grandi parole ma senza alcun passo nella direzione di una politica comune, improntata al rispetto dei diritti umani oltre che alla sicurezza. Nessuna vera azione condivisa per affrontare il cambiamento climatico, con le varie lobby che stanno affossando il Green Deal. Si potrebbe poi passare alle mancate decisioni circa il mercato unico, l’unione bancaria, la spinosa questione del fisco. Senza citare le abissali differenze tra gli standard di vita (istruzione, sanità, stipendi, casa…) che si registrano nei e tra i Paesi dell’Unione e che richiederebbero vere convergenze politiche e iniziative conseguenti.
Così si torna a parlare di Europa a due – o più – velocità: una maggiore integrazione tra i Paesi “europeisti” (un elenco non agevole da compilare), e una Europa del solo “mercato unico” (sorta di secondo cerchio dell’Ue). Si tratterebbe di una scelta rischiosa per il futuro stesso dell’Ue: ma l’accelerazione che sta subendo il mondo forse richiede decisioni innovative.

