Il corto circuito dei diritti umani

Lo dicono il discorso più politico dell’anno: quello che il papa pronuncia incontrando gli ambasciatori della Santa Sede. Lo ha fatto il 9 gennaio, di fronte a un mondo che rende sempre più attoniti per l’escalation di violenze, guerre, provocazioni, spesso anche mosse dagli Usa, ma non solo.

Lo dicono il discorso più politico dell’anno: quello che il papa pronuncia incontrando gli ambasciatori della Santa Sede. Lo ha fatto il 9 gennaio, di fronte a un mondo che rende sempre più attoniti per l’escalation di violenze, guerre, provocazioni, spesso anche mosse dagli Usa, ma non solo. E lui, primo papa americano della storia, non le ha mandate a dire, pronunciando un discorso di oltre mezz’ora, per lo più in inglese, dalle linee precise. Nel suo dire ha passato in rassegna i focolai accesi nel mondo e tutte le piaghe che feriscono i più fragili, iniziando da una netta presa di posizione: “La Chiesa sta dalla parte dei più deboli e chiede ai potenti della terra una svolta decisa”.

Ha riconosciuto come, anche ai suoi occhi da papa, l’anno si apra mostrando “un quadro drammatico” in cui “la guerra è tornata di moda”, segnando i giorni di un “fermento bellico crescente”, che causa il “corto circuito dei diritti umani”.

Lo abbiamo visto fin dal febbraio 2022 in Ucraina, dove da tre anni e undici mesi la guerra infuria: prima dalle trincee, ora colpendo palazzi con i droni, i civili come bersagli indifesi. Per essa il papa chiede l’immediato cessate il fuoco e ribadisce la disponibilità vaticana “ad accompagnare ogni iniziativa che favorisca la concordia”. Purtroppo, la diffusa tentazione è la sfiducia, il credere ormai sorde le orecchie di chi dovrebbe ascoltare le sue parole.

Diritti umani calpestati si sono visti a Gaza: il numero delle vittime, l’impietosa battaglia e poi la travestita tregua, puntellata da continui attacchi, mentre la popolazione stenta nelle tende. Una Terrasanta martoriata che potrebbe trovare pace – così l’ha indicata Leone XIV – nella soluzione dei due popoli in due stati.

Diritti umani richiamati nel caso del Venezuela dove, dopo il blitz ordinato da Trump, che ha portato via l’ormai ex presidente Maduro per sostituirlo con la sua vice Rodriguez, si rende necessario “rispettare la volontà del popolo” e “impegnarsi per la tutela dei diritti umani e civili di ognuno”.

Diritti umani calpestati anche in Iran, dove nuove rivolte di popolo vengono punite col sangue di migliaia di protestanti in un numero non precisato di morti e feriti e di nuove incarcerazioni imposte da chi guida la Repubblica islamica, mentre annunci di possibili nuovi interventi armati americani scuotono le menti, già ingolfate dal mappamondo dei luoghi di guerra nel 2026.

Sono tutti casi nei quali la violenza è stata messa in atto non a difesa di principi e diritti ma per bramosia di terre e potere: come dimostrano di continuo l’invasione dell’Ucraina ora incagliata nella lotta per la regione del Donetsk, le continue violenze espansive in Cisgiordania, le mire sul petrolio venezuelano e sulle ricchezze – anche strategiche – della Groenlandia.

In questo mondo, per una parte dilaniato e per l’altra impotente, sembrano latitare due cose, che Leone XIV ha menzionato. Innanzitutto il fatto che “non si ricerca più la pace in quanto dono e bene desiderabile”, mentre si è invece tornati al ricorso alle armi come “quale condizione per affermazione di un proprio dominio. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto che è alla base di ogni pacifica convivenza civile”. In secondo luogo, il fatto che latiti fortemente, fino all’assenza, quel paladino del rispetto dei diritti di uomini e nazioni sorto ottanta anni fa dalle ceneri delle due guerre mondiali chiamato Onu. A tal proposito il papa stesso si è definito turbato per la “debolezza del multilateralismo” e ha ricordato come si sia oggi “infranto il principio, stabilito dopo la Seconda guerra mondiale, che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui”, indicando come urgenti e necessari “gli sforzi affinché le Nazioni Unite siano più efficienti”. Ha invocato il rispetto del diritto umanitario che “deve sempre prevalere sulle velleità dei belligeranti”, dato che “non si può tacere che la distruzione di ospedali, di infrastrutture energetiche, di abitazioni e di luoghi essenziali alla vita quotidiana costituisce una grave violazione”.

Ha quindi congedato gli ambasciatori con una frase semplice da ricordare, quanto difficile da vedere messa in pratica: “La guerra si accontenta di distruggere; la pace, invece, richiede uno sforzo continuo e paziente di costruzione e continua vigilanza. Tale sforzo interpella tutti, a cominciare dai Paesi che detengono arsenali nucleari”.

Altri articoli in Chiesa

Chiesa