Una vittoria prevedibile quella di Faustin-Archange Touadéra, rieletto per la terza volta presidente della Repubblica Centrafricana. Touadéra ha vinto le elezioni che si sono svolte pacificamente il 28 dicembre con il 76% dei consensi, anche se è andato a votare poco più del 50% della popolazione. Questo dà un po’ di stabilità al Paese africano, con il governo che controlla il 90% del territorio. Ma i gruppi armati sono ancora presenti in alcune aree e creano insicurezza, mentre i mercenari russi a sostegno dell’esercito operano senza riguardi per nessuno. Come nella zona di Zémio, al confine con la Repubblica democratica del Congo, che ricade nel territorio della diocesi di Bangassou, di cui è vescovo coadiutore monsignor Aurelio Gazzera, carmelitano scalzo originario di Cuneo. Qui la situazione umanitaria si va aggravando, con oltre 30.000 sfollati che hanno bisogno di acqua, cibo, istruzione e beni di prima necessità. “Ci troviamo di fronte ad un impegno grosso – racconta al Sir -. Siamo già andati due volte tra novembre e dicembre e conto di andarci ancora il mese prossimo per cercare di portare aiuti umanitari”. Questa settimana, riferisce, “i mercenari russi hanno preso dei giovani, li hanno caricati su un elicottero e portati a Bangui. Uno di loro il secondo giorno è stato torturato, ucciso e portato alla camera mortuaria ancora con le mani legate”.
Il risultato delle elezioni era abbastanza prevedibile, con Touadéra rieletto per il terzo mandato. Cosa significa questo per il Paese?
Il presidente con il suo clan hanno preparato queste elezioni da tempo; quindi, avevano in mano praticamente tutti i prefetti, le autorità, eccetera. Hanno investito tanto sia in termini finanziari che di tempo. In più hanno bloccato praticamente le poche voci dell’opposizione che avrebbero potuto rappresentare un pericolo. Quindi il risultato non è una grande sorpresa. Certo, per il futuro del Paese questo da una parte vuole dire forse un pochino di stabilità, ma ne dubito molto. Perché questo è quello che vendono alla gente ma
tanti problemi rimangono non risolti e verranno fuori, prima o poi.
Intanto ci sono molti gruppi ribelli in stand by. La paura è che dopo le elezioni riprendano a fare danni, anche economicamente e finanziariamente. Il Paese non è ben messo, anche perché ci sono state scelte politiche come la criptomoneta che non lasciano ben sperare. Vedremo cosa succederà!
Le elezioni si sono svolte pacificamente. Il governo controlla il 90% del Paese. Ci sono ancora gruppi armati che seminano violenza?
Sì, però è un controllo molto aleatorio e poco presente come investimento, come forza, come autorità. I gruppi armati purtroppo ci sono ancora. È vero che sono stati firmati degli accordi di pace qualche mese fa e la situazione in alcune zone è un po’ più calma; ma questo probabilmente è dovuto alle elezioni.
Dopo le elezioni è molto probabile che questi gruppi riprendano le loro azioni e chiedano qualcosa di più importante, a livello politico e di gestione del Paese.
La Russia ha grandi interessi economici e geopolitici nel Paese, che vede pure la presenza dei mercenari, tra cui Wagner. Una presenza ingombrante?
La Russia è una presenza molto ingombrante, sia dal punto di vista politico sia economico e delle informazioni. Sono molto abili a gestire e manipolare le informazioni. C’è un problema grosso nella nostra diocesi di Bangassou dovuto alla grave situazione umanitaria nella zona di Zémio, con oltre 30.000 sfollati che hanno bisogno di tutto. Abbiamo cercato di convincere il governo, che sembrava favorevole ad un approccio più soft di fronte alla ribellione in atto. Questa settimana i russi hanno preso dei giovani, li hanno caricati su un elicottero e portati a Bangui. Uno di loro il secondo giorno è stato torturato, ucciso e portato alla camera mortuaria ancora con le mani legate. Quindi è molto difficile lavorare sul terreno con gente che non ha nessuna comprensione del territorio e nessuna visione a lungo termine.
Il 71% della popolazione vive ancora al di sotto della soglia della povertà, le risorse minerarie non sono sfruttate a vantaggio del popolo, c’è ancora corruzione e impunità. Di cosa ha bisogno maggiormente oggi la Repubblica Centrafricana? Qual è il suo appello?
Le elezioni sono andate bene, però bisogna anche tener conto che solo poco più del 50% della popolazione ha votato. Questo è preoccupante ed indica stanchezza e rassegnazione. Molti non sono andati a votare – e lo hanno detto esplicitamente – perché non hanno nessuna speranza in un cambiamento. Votando in un modo o nell’altro, sapevano o temevano che non sarebbe cambiato niente. C’è bisogno di speranza, di educazione di base, perché le scuole sono luoghi dove tantissimi bambini vanno senza imparare praticamente niente, soprattutto senza imparare a riflettere e a prendere delle decisioni.
Quindi educazione, educazione, educazione.
Nella sua diocesi sono ancora presenti combattimenti, con 30.000 sfollati nella zona di Zémio. Come vive il suo ministero di vescovo e quali sono le priorità?
Il ministero del vescovo in questa zona, il sud-est del Centrafrica, è molto bello e interessante. Abbiamo appena finito l’anno giubilare con celebrazioni in tutte le parrocchie, con giovani, malati, detenuti… Ora che una buona parte della diocesi è esposta ai combattimenti, con la presenza di migliaia di rifugiati, ci troviamo di fronte ad un impegno grosso. Siamo già andati due volte tra novembre e dicembre e conto di andarci ancora il mese prossimo per cercare di portare aiuti umanitari.
Il lavoro che stiamo facendo di denuncia di quanto sta accadendo è parte del nostro lavoro di vescovi, per essere voce di chi non ha voce.

