L’Iran sta attraversando una delle fasi più delicate della sua storia recente. Dalla fine di dicembre 2025 il Paese è scosso da un nuovo ciclo di proteste diffuse, complice anche un grave tracollo economico. Le manifestazioni si sono rapidamente estese a numerose città, mentre il regime ha risposto con una repressione particolarmente dura, ricorrendo tra le altre cose, al blackout di Internet e telefoni: tra il 31 dicembre 2025 e l’11 gennaio 2026 si stimano circa 3mila morti, tra cui molti giovani. Questo nuovo movimento di protesta si inserisce in una lunga scia di mobilitazioni che, dal 2017 al 2022 fino a oggi, riflettono tensioni profonde e irrisolte all’interno della società iraniana. Le proteste hanno assunto rapidamente anche una dimensione politica anti-sistema, pur senza un’alternativa organizzata capace di agire in modo unitario. Sul piano internazionale, il Paese si trova in un momento di grande vulnerabilità. Le autorità iraniane attribuiscono le proteste alla “guida e pianificazione” di Israele e degli Stati Uniti, usando la narrativa della minaccia esterna per giustificare una repressione ancora più dura. In questo scenario complesso e in rapido mutamento, diventa fondamentale comprendere le dinamiche interne e regionali che attraversano l’Iran, il ruolo delle donne e dei giovani nelle proteste, e i possibili scenari futuri.

(Foto Ispi)
Ne parliamo con Pejman Abdolmohammadi, docente di Relazioni Internazionali del Medio Oriente all’Università di Trento, Visiting Professor a Berkeley, analista Ispi, e autore del libro “Il nuovo Medio Oriente: Potere, Diplomazia e Realismo” (Namepes), pubblicato lo scorso dicembre.
Professore, qual è la causa scatenante dell’attuale ondata di proteste in Iran? Si tratta solo di una questione economica o c’è dell’altro?
No, assolutamente. La questione economica è una delle ragioni, certamente una variabile importante, ma non è la causa scatenante.
(Foto AFP/SIR)
Siamo di fronte a una rivoluzione nazionale e patriottica con obiettivi liberal-democratici e con una forte domanda di laicità dello Stato.
Oggi il 90-92% degli iraniani chiede il superamento della Repubblica Islamica: l’economia pesa, ma non è la variabile decisiva.
In che cosa queste proteste si distinguono da quelle precedenti, dal movimento “Donna, vita, libertà” del 2022 o dalle rivolte del 2017-2018? È cambiato qualcosa?
Sì, è cambiato molto. Questa è una vera rivoluzione nazionale che ha coinvolto in modo massiccio tutto l’Iran, almeno 120 città.
Tutte le fasce d’età sono in piazza, senza distinzione tra gruppi sociali o economici. Parte dal bazar, ma si allea immediatamente con il mondo sociale e culturale.
E pesa soprattutto una nuova generazione – elegante, “chic”, secolare e molto patriottica – che rappresenta circa il 60% della popolazione sotto i 35 anni e che chiede un nuovo Iran. Abbiamo l’anziana di ottant’anni con il walker e la quindicenne che brucia i simboli dell’Islam politico: è un mondo nuovo, un Iran “risorgimentale” che si è mostrato al mondo. Ma, come sappiamo, di fronte alla forza delle armi è stato represso.

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Alla luce di questa partecipazione trasversale, ritiene possibile che le proteste evolvano in una sfida sistemica alla Repubblica Islamica?
Sì, assolutamente. Ma dobbiamo essere realisti: questo sistema si regge su un 10% della popolazione che detiene il potere e le armi. Senza un allineamento di una parte dell’apparato di sicurezza o dell’esercito sarà difficile rovesciarlo. Una differenza rispetto al passato, però, è il contesto internazionale. Il nuovo paradigma promosso anche dal presidente Trump vede il Medio Oriente come un teatro geopolitico strategico in chiave anticinese. Un nuovo Iran porterebbe stabilità. E questo rende la situazione attuale più favorevole al cambiamento rispetto al passato.
Il regime sta reprimendo duramente le proteste e utilizza la narrativa della minaccia esterna – in particolare Israele e Stati Uniti – per giustificarla. Eppure, oggi il ministro degli Esteri iraniano ha lasciato intendere che il canale con Washington non è chiuso. Sta giocando su due tavoli?
Sì, è il classico gioco della “dual diplomacy” della Repubblica Islamica. Ma è una carta scoperta: gli iraniani non ci credono più, e neppure gli americani. Una parte dell’Europa in passato ha mostrato qualche apertura, ma negli ultimi giorni vediamo un cambio di passo.
Non si può accusare un popolo intero di essere “agente degli stranieri”. È una strategia tipica dei regimi totalitari.
A proposito di sostegno internazionale: Reza Pahlavi, figlio dello Scià, ha scritto su X “Non siamo soli, il sostegno internazionale arriverà presto”. Lei come valuta questa convinzione? Esiste una reale possibilità di un suo ritorno?
Il sostegno internazionale sarà decisivo, ma questo non significa che gli iraniani abbiano bisogno di una “esportazione della democrazia” in stile Bush. Stanno dimostrando da soli di lottare per la libertà. Detto questo, secondo le teorie delle relazioni internazionali, un attore forte come gli Stati Uniti – o anche l’Unione Europea, se scegliesse di muoversi in modo più incisivo – avrebbe tutto l’interesse a sostenere una transizione: sul piano commerciale, energetico, geostrategico. Ci sono enormi potenzialità: dalla Via del Cotone all’Indo-Mediterraneo, fino ai progetti che si intrecciano con il Patto di Abramo e il cosiddetto “Patto di Ciro”. Il mondo liberal-democratico ha interesse in un nuovo Iran. Russia e Cina, invece, faranno di tutto per mantenere la Repubblica Islamica: Pechino soprattutto, perché ha un interesse strategico diretto.
L’avvicinamento dell’Iran a Russia e Cina – con partnership energetiche e militari – può mitigare la pressione regionale o, al contrario, accentuare le polarizzazioni?
In realtà questa alleanza non è nuova: sono almeno vent’anni che la Repubblica Islamica è sotto l’influenza russo-cinese. La Cina agisce sul piano economico e logistico; la Russia su quello militare. Oggi, però, la Russia è indebolita: ha perso influenza in Siria, è impantanata in Ucraina e ha bisogno di margini di negoziazione con Washington. Potrebbe persino “trattare” un futuro Iran diverso. La Cina, invece, no: nel suo grande progetto di egemonia ha tutto l’interesse a mantenere l’Iran così com’è.
Come potrebbe evolvere la repressione in un contesto di crescente crisi politica e sociale? E soprattutto: quanto è disposto a concedere il regime per calmare le piazze?
La Repubblica Islamica non concede: non fa parte della sua dottrina. Concedere equivale ad ammettere debolezza. La linea è la repressione fino all’ultimo.
È un sistema ibrido: dopo aver represso, può mostrare qualche gesto di morbidezza, ma solo se il controllo è assicurato. Oggi non sappiamo se la repressione stia “funzionando”, perché Internet e telefoni sono praticamente chiusi: 80 milioni di iraniani isolati dal mondo. Qualche “sorriso” diplomatico verso Europa e Stati Uniti potrebbe arrivare, ma la dottrina strategica del fronte Trump-Rubio non è più quella dell’era Obama-Biden: non cadranno nella narrativa del regime. Trump gioca sempre su tre dadi: ha già lanciato il primo (“Sosteniamo gli iraniani se li reprimete”), il secondo (“Forse possiamo parlare”), e il terzo arriverà, di solito a confermare il primo con maggiore forza.
Alla luce di quanto sta accadendo crede che il regime degli Ayatollah possa cadere?
Il regime sta mostrando chiaramente la sua debolezza, le sue crepe. Non sappiamo ancora dove porterà tutto questo: è un’operazione complessa, forse la più complessa del secolo, perché rappresenta il “contro-paradigma” della rivoluzione del 1979. Ma senza un pezzo dell’esercito che decida di schierarsi con la popolazione, sarà difficile che la rivolta possa vincere.


