Golden Globe 2026, vince “Una battaglia dopo l’altra”: miglior film e regia a Paul Thomas Anderson

Ai Golden Globe 2026 trionfano Paul Thomas Anderson con “Una battaglia dopo l’altra” e Chloé Zhao con “Hamnet”. Premi anche a Timothée Chalamet, Wagner Moura e alla serie “Adolescence”. La cerimonia ha rilanciato temi sociali come immigrazione, salute mentale e memoria, con messaggi forti da Teyana Taylor e Wagner Moura

(Foto ANSA/SIR)

Con i Golden Globe si apre il calendario delle grandi cerimonie per cinema e Tv, che anticipano anche il possibile andamento dei Premi Oscar. Nella notte tra l’11 e il 12 gennaio 2026 a Los Angeles sono stati assegnati i riconoscimenti della stampa estera a Hollywood, e il verdetto è stato chiaro: occhi puntati su due film.

Il primo è “Una battaglia dopo l’altra” di Paul Thomas Anderson (autore cult di “Magnolia”, “Il petroliere” e “Il filo nascosto”), che conquista il titolo di miglior film nella categoria commedia – anche se il genere è thriller-poliziesco –, come pure la regia e la sceneggiatura; quarta statuetta quella per l’attrice non protagonista Teyana Taylor. Prendendo le mosse dal romanzo “Vineland” di Thomas Pynchon, l’opera mette a tema la frontiera tra Messico e Stati Uniti, tra repressioni delle forze militari, attivisti e azioni di rivolta armata. Un titolo che intercetta sentimenti e tensioni dell’America sotto la presidenza Trump.

Altro vincitore è il dramma “Hamnet. Nel nome del figlio” firmato da Chloé Zhao (suo è il pluripremiato “Nomadland”). Prodotto da Steven Spielberg, dal romanzo di Maggie O’Farrell, l’opera conquista due premi importanti: miglior film drammatico e attrice protagonista Jesse Buckley. È il racconto della tragedia che colpì William Shakespeare e sua moglie Agnes: la scomparsa a soli 11 anni del figlio Hamnet. Una frattura familiare-esistenziale che incise anche nella produzione drammaturgica dell’autore, “Amleto” in testa.

Tra sorprese e conferme, il palmarès degli attori. Se scontata era la vittoria di Timothée Chalamet per la sua interpretazione in “Marty Supreme” nella categoria commedia, ha sorpreso felicemente il trionfo del brasiliano Wagner Moura come miglior attore drammatico per il film “L’agente segreto” di Kleber Mendonça Filho, titolo che ha conquistato inoltre la statuetta come miglior film straniero battendo i favoriti “Un semplice incidente” (Palma d’oro a Cannes) e “La voce di Hind Rajab” (Leone d’argento Venezia82).

Sorpresa (ma non troppo), poi, per la miglior animazione: la Disney con “Zootropolis 2” ed “Elio” viene battuta dal fenomeno Netflix di matrice sudcoreana “Kpop Demon Hunters”, che vince anche per la miglior canzone “Golden”.

Fronte serie Tv, anche lì più conferme che sorprese. Il dato più rilevante è il trionfo della miniserie britannica “Adolescence” con quattro Golden Globe: miglior miniserie, attore protagonista Stephen Graham, non protagonisti Erin Doherty (è la psicologa Briony Ariston) e il giovanissimo Owen Cooper. “Adolescence”, firmata dallo stesso Graham insieme a Jack Thorne, ha raccontato con vis narrativa e originalità stilistica (ogni episodio gestito come un lungo piano-sequenza) il disagio giovanile, la vertigine della dipendenza digitale e la dispersione del dialogo in famiglia. Una serie che ha già conquistato sei Emmy Awards, gli Oscar della Tv negli Stati Uniti.

Altra importante conferma è il medical drama “The Pitt” targato Hbo (la prima stagione è su Sky, la seconda sulla nuova piattaforma Hbo Max), che vince il titolo di miglior serie drammatica e attore protagonista Noah Wyle, l’indimenticato dottor Carter di “E.R. Medici in prima linea”. La forza di “The Pitt” è quella di un racconto realistico, immersivo e introspettivo tra medici, infermieri e operatori sanitari lungo il turno ospedaliero, stremati da continue emergenze e poche risorse.

Infine, fronte commedia, anche lì tutto “già scritto”: come da previsione vince la serie rivelazione di Apple TV+ “The Studio” e l’attore protagonista (nonché ideatore) Seth Rogen. Jean Smart si conferma miglior attrice per “Hacks” (Hbo). Da segnalare poi Rhea Seehorn per il drama “Pluribus” (Apple TV+) e Michelle Williams per la miniserie “Dying for Sex” (Disney+). Dalla cerimonia dei Golden Globe si è levata anche la voce di Hollywood sui temi in evidenza nell’agenda politica e sociale: richiami alla cronaca, alla sparatoria in cui è morta l’attivista Renee Good a Minneapolis sotto i colpi di un agente federale dell’ICE (Us Immigration and Customs Enforcement); molti attori si sono presentati indossando spillette o dichiarando apertamente “ICE Out” e “Be Good”, contestando la dura politica in materia di immigrazione nel Paese. In evidenza anche l’attenzione alla salute mentale e alla prevenzione per i più giovani in ambito educativo e familiare, lanciata dall’attrice Erin Doherty di “Adolescence”. Alle più piccole, in particolare a quelle afroamericane, si è rivolta poi Teyana Taylor (“Una battaglia dopo l’altra”) invitando al riscatto: “Le nostre voci contano. I nostri sogni meritano spazio”. Con emozione e fermezza, il brasiliano Wagner Moura (“L’agente segreto”) ha richiamato al valore della memoria, anche traumatica (ricordando la stagione della dittatura in Brasile), perché possa essere da monito e insegnamento tra le generazioni. Per non dimenticare.

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