Si è concluso il Giubileo, e avendo un punto di osservazione privilegiato sul mondo giovanile, mi sento di condividere alcune considerazioni su quanto di questo evento tanto particolare è rimasto ai giovani con cui ho avuto modo di confrontarmi, facendo la doverosa specifica che si tratta per lo più di giovani che vivono a Roma – un’eco ben diversa avrà sicuramente avuto questa esperienza per i ragazzi e le ragazze provenienti da altre parti d’Italia e del mondo.
Il termine “esperienza” è decisivo: i giovani sono collezionisti di esperienze, spesso fissate emblematicamente in foto e video postati sui social e condivisi nelle cerchie, virtuali e reali, di cui fanno parte. Il Giubileo quindi come esperienza di una Chiesa più ampia dei confini della parrocchia, dell’oratorio o dei movimenti di cui fanno parte, ma anche esperienza per tanti di un mondo “altro”, quello della fede, che li ha coinvolti e trascinati anche a fronte di un’abituale distanza dalla religione: quanti ne ho sentiti che sono andati a “fare la Porta santa” perché colpiti e interessati da una proposta per loro esotica e del tutto estranea ai lessici e alle prassi loro consueti!
Esotismo della fede che promette una grande fecondità missionaria, se sapremo coglierne la portata e l’occasione, non fosse altro perché segnala la distanza che le nuove generazioni stanno finalmente prendendo da anticlericalismi nostrani derivanti da consuetudini divenute cattive abitudini, come tanto tempo fa auspicava G. K. Chesterton:
“Per amare la nostra patria spirituale, bisogna esserle vicini; se no, il meglio è starne tanto lontani da non odiarla. Il miglior giudice del Cristianesimo è il cristiano; ma, in mancanza del cristiano, il miglior giudice è il confuciano. Certo, il peggiore è chi è pronto a trinciar giudizi, il cristiano semi-istruito, gradualmente evolventesi in agnostico inquieto, imbarazzato nel conchiudere una discussione che non sa come cominci, e annoiato nel sentir parlare di cose che gli riescono nuove. Costui non giudica il Cristianesimo con la calma con cui giudicherebbe il confucianesimo; non può mettersi a migliaia di miglia di distanza dalla Chiesa cattolica e giudicarla imparzialmente come una pagoda cinese. […] Meglio figurarsi la Chiesa come un remoto culto asiatico, le mitre dei vescovi come torreggianti copricapi di misteriosi bonzi, i pastorali come bastoni attorcigliati di serpenti […]. Invece i nostri anticlericali partono da un’atmosfera di negazione e di ostilità, a cui non possono sfuggire” (“L’uomo eterno”).
In eventi tanto arcaici quanto arcani come un Giubileo, questi ragazzi riportati al “punto zero” dall’incuria spirituale delle generazioni precedenti possono fare una prima esperienza della cosa chiamata Cristianesimo.
Esperienza di una presenza, e della credibilità di un credo: ricordo il calore del Giubileo dei Giovani, in cui la Chiesa ha mostrato loro un volto materno e una cura attenta, nell’accoglierli, sfamarli e dargli spunti di riflessione. Giovani che, credenti o no, eppure erano lì: stanchi e desiderosi, trasandati e attenti, inevitabilmente colpiti da quanto detto e fatto in quei giorni.
Sul fronte complementare, giovani coinvolti nel servizio di accoglienza, responsabilizzati, (ri)scopertisi capaci di prendersi cura di loro coetanei in servizi che hanno messo alla prova la loro formazione precedente, nel renderli coprotagonisti di eventi di portata mondiale.
L’esperienza però, proprio per la sua puntualità, richiede poi di essere metabolizzata da un cammino che la segua, e che ne permetta l’elaborazione in prese di posizione, scelte, riletture che proiettino in quanto aspetta dopo (l’esperienza).
Penso al bellissimo momento delle confessioni a Circo Massimo, e quante parole buone, di incoraggiamento e di rivisitazione positiva della propria vita, sono state consegnate a questi ragazzi: affinché non prevalga (e resti) solo il dato emotivo, che serve a ben poco, è compito dei pastori e dei formatori fare ad esempio di quella confessione l’avvio di un cammino di conversione personale, con la proposta di itinerari che puntino all’essenziale, e cioè la relazione con Dio nella forma di un dialogo costante con la Parola, e l’accettazione della lotta spirituale come dimensione inalienabile della vita cristiana. Questo siamo chiamati a proporre, perché questo significa essere cristiani in questo mondo, e il Giubileo, che in qualche modo segna sin dall’Antico Testamento un bilancio e un rilancio, in questo modo potrà essere stato per molti, non solo giovani, un vero punto di svolta.

