All’inizio del nuovo anno gli italiani guardano all’economia con prudenza, oscillando tra sfiducia e bisogno di stabilità. Il monitor continuativo EngageMinds Hub dell’Università Cattolica del Sacro Cuore fotografa un Paese che non si percepisce in declino, ma neppure in ripresa: la maggioranza dichiara di vivere una condizione economica “in stallo”, mentre resta minoritaria la quota di chi intravede un miglioramento. In questo quadro, le variabili psicologiche – fiducia, benessere personale, senso di controllo sulla propria vita – giocano un ruolo decisivo nel modo in cui le persone interpretano presente e futuro. Ne parla al Sir Guendalina Graffigna, direttrice del Centro di ricerca EngageMinds Hub e responsabile scientifico dell’indagine.
Professoressa, quale quadro emerge dal monitor sul sentiment economico degli italiani alla vigilia del nuovo anno?
Il primo messaggio importante è che il sentimento economico – cioè l’ottimismo o il pessimismo rispetto alle proprie finanze e al potere d’acquisto – non è solo funzione dei dati materiali oggettivi, come il reddito disponibile. Dipende anche da variabili psicologiche: emozioni, sentimenti, percezione delle proprie capacità, senso di progettualità nella vita quotidiana. I dati restituiscono un quadro che non è drammatico, ma neppure positivo:
la maggioranza degli italiani, circa il 66%, si percepisce in una situazione di stallo, in cui la propria condizione economica non è né migliorata né peggiorata.
È un dato che sorprende o che si inserisce in un trend già noto?
È un dato piuttosto stabile negli ultimi anni. Dopo il forte peggioramento del sentiment durante la pandemia, negli anni successivi si è consolidata una sorta di “mediocrità”, uno stato di equilibrio fragile. Accanto a questo, però, emerge un elemento da non sottovalutare: circa un quarto della popolazione percepisce un peggioramento rispetto all’anno precedente, mentre una piccola quota, minoritaria ma significativa, dichiara di stare meglio e di guardare al futuro con maggiore fiducia.
Chi sono questi “ottimisti”?
Si tratta soprattutto di persone più giovani e, in generale, di individui che stanno bene con se stessi e con la propria vita. Sono persone che hanno trovato un adattamento positivo alla realtà, che si sentono padrone del proprio tempo e del proprio presente. È un segnale incoraggiante, perché indica che l’ottimismo finanziario non dipende esclusivamente dalla crescita economica oggettiva, ma anche dalla capacità di sentirsi agenti della propria vita.
Dal punto di vista psicologico, che stato d’animo prevale nel Paese?
Direi che gli italiani appaiono un po’ disincantati. Non sono catastrofisti, ma nemmeno fiduciosi. C’è una disillusione rispetto all’idea di progresso e innovazione del Paese. Non emerge una rabbia capace di innescare cambiamenti, né quell’ottimismo che aiuta a vivere meglio.
Prevale piuttosto uno stato di accettazione, una sorta di sospensione emotiva che comunica un fatto: “le cose stanno così”.
Guardando al 2026, quali prospettive si delineano?
Anche sul futuro prevale la prudenza. Non si intravedono, per la maggioranza della popolazione, grandi salti in avanti in termini di ottimismo. Tuttavia, una parte degli italiani – quelli che hanno ritrovato una centratura su di sé e sul proprio tempo quotidiano – manifesta un atteggiamento più positivo. Sono persone che si percepiscono maggiormente in controllo della propria vita e della propria capacità di autodeterminazione.
Per loro il 2026 può rappresentare un tempo di crescita e di maggiore benessere. È un ottimismo cauto, ma reale.
Qual è, in questo contesto, il ruolo della fiducia nelle istituzioni?
La fiducia nelle istituzioni è un fattore chiave. Non elimina le preoccupazioni, ma aiuta a contenere la percezione di declino e a mantenere aperta la possibilità di uno sguardo meno allarmistico sul futuro. Dove c’è fiducia, c’è anche una maggiore capacità di leggere la realtà in modo costruttivo.

