Dal Battista a Maria: undici catechesi sulla speranza da Francesco a Leone XIV

Undici catechesi giubilari, aperte da Papa Francesco e concluse da Leone XIV, raccontano la speranza attraverso figure bibliche e storiche, da Giovanni Battista a Maria. Un percorso teologico e pastorale che mostra la speranza come virtù attiva, capace di generare scelte, pace e partecipazione. Al centro, i piccoli, la libertà e la responsabilità

(Foto SIR)

La Porta Santa si chiude, ma la speranza resta. È il messaggio che emerge dal ciclo di catechesi giubilari iniziato da Papa Francesco l’11 gennaio 2025 e concluso da Leone XIV il 20 dicembre. Undici appuntamenti del sabato mattina, undici figure spirituali, undici declinazioni della virtù teologale che ha dato il nome all’Anno Santo: “Pellegrini di speranza”. Francesco ha aperto il ciclo con due catechesi programmatiche, dedicate a Giovanni Battista e Maria Maddalena, fissando le coordinate teologiche e pastorali dell’intero percorso. “La speranza è una forza che viene da Dio. Non è un’abitudine o un tratto del carattere, ma una forza da chiedere”, ha spiegato nella prima udienza, invitando i fedeli a “ricominciare”. Con la Maddalena, ha indicato la conversione come “cambiamento di direzione”: Maria “si voltò”, prima verso il sepolcro, poi verso il Risorto. Leone XIV ha raccolto questa impostazione senza introdurre discontinuità, riprendendo il ciclo a giugno e portandolo a compimento con nove catechesi costruite sullo stesso metodo: nessuna definizione astratta, ma figure concrete offerte come icone della speranza, capaci di rendere comprensibile una virtù spesso ridotta a sentimento o attesa generica. In questo senso, la speranza viene restituita come virtù attiva, dinamica, che coinvolge l’intelligenza, la libertà e la responsabilità storica.

(Foto Vatican Media/SIR)

La Chiesa dei piccoli e il sensus fidei
L’asse ecclesiologico del Giubileo ruota attorno al tema della “piccolezza”, intesa non come marginalità sociologica ma come luogo teologico. Francesco lo introduce con il Battista: “Il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui”. Leone XIV lo sviluppa con Ambrogio di Milano, raccontando l’elezione a vescovo per acclamazione popolare: un bambino grida “Ambrogio vescovo!” e il popolo intuisce, prima dei dotti, la chiamata di Dio. “Gesù esulta perché si accorge che i piccoli intuiscono. Hanno il sensus fidei”, osserva il Papa. La speranza, in questa prospettiva, non nasce dalla competenza ma dall’ascolto, da una fede che precede l’elaborazione concettuale. Attorno a questo asse si compone una galleria di testimoni scelta con equilibrio: da Ireneo di Lione a Maria, passando per Elena imperatrice, Chiara d’Assisi, Nicola Cusano, Isidore Bakanja, Dorothy Day, Alberto Marvelli. Quattro donne e cinque uomini, laici e consacrati, figure dell’antichità, del medioevo e del Novecento, provenienti da Europa, America e Africa. Con Nicola Cusano, Leone XIV introduce la categoria della “dotta ignoranza”: sperare è anche “non sapere”, fare spazio al mistero, riconoscere che Dio è più grande delle nostre sintesi. “Protagonista di alcuni suoi scritti è l’idiota, una persona semplice che pone ai dotti domande elementari, mettendo in crisi le loro certezze”, spiega il Pontefice. È la Chiesa che accetta di non possedere Dio, ma di lasciarsi interrogare, riconoscendo che l’unità non elimina le differenze ma le attraversa.

(Foto Vatican Media/SIR)

Scelta, pace, partecipazione
Il ciclo disegna anche un percorso antropologico che va dalla conversione alla fecondità. Sperare è “voltarsi”, “scavare” sotto la superficie, “intuire” con l’intelligenza del cuore, “scegliere” contro l’accidia, “testimoniare”, “prendere posizione”, “partecipare”, “generare”. La speranza, così intesa, non è neutra: chiede decisioni. Con Chiara d’Assisi, Leone XIV affronta il tema della libertà cristiana. “Una ragazza che voleva vivere, da donna, libera come quei fratelli!”, racconta, aggiungendo che “il Giubileo apre alla speranza di una diversa distribuzione delle ricchezze”. Chi non sceglie cade nella “tristezza spirituale, cioè dell’accidia”, una “pigrizia interiore che è peggio della morte”: non un vizio morale, ma una forma di resa. L’asse sociale emerge con forza nelle catechesi dedicate a Dorothy Day e Alberto Marvelli. La fondatrice del Catholic Worker Movement “ha preso posizione”: ha visto “che il sogno per troppi era un incubo” e si è coinvolta “coi lavoratori, coi migranti, con gli scartati da un’economia che uccide”. “È importante unire mente, cuore e mani”, ricorda Leone XIV, chiarendo che la speranza cristiana non separa contemplazione e azione. Marvelli, giovane ingegnere riminese morto a 28 anni mentre soccorreva i feriti del dopoguerra, incarna la “partecipazione”: entra nella vita politica attiva e mostra che “servire il Regno di Dio dà gioia anche in mezzo a grandi rischi”. La pace attraversa l’intero ciclo: Francesco ricorda che “la guerra è una sconfitta, sempre”; Leone XIV avverte che la pace non è “calma inerte”, ma “un fuoco” che chiede responsabilità e scelte, anche quando questo comporta esporsi.

Generare, non derubare
L’ultima catechesi, dedicata a Maria, consegna l’eredità del Giubileo: “Sperare è generare”. “Tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto”, scrive Paolo. È il grido dei poveri e della storia ferita. “Il nostro compito è generare, non derubare”, sottolinea Leone XIV, indicando una speranza che non consuma il futuro ma lo rende possibile. Il motto “Pellegrini di speranza” non è uno slogan, ma “un programma di vita”: gente che cammina e che attende, non con le mani in mano, ma partecipando. La Porta Santa si chiude. Il cammino continua.

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