Il cammino di un’amicizia: memoria, testimonianza e gratitudine

Tra i doni ricevuti da Dio vi è l’amicizia di un giovane teologo tedesco formatosi a Monaco che ha scelto di vivere in disparte dopo essere stato il successore degli apostoli sulla cattedra di Pietro. Non è l’amicizia di due compagni della stessa età o generazione né una semplice coincidenza di tempo o di luogo. Joseph Ratzinger mi precede per età (è nato nel 1927 e io nel 1934). Origine, contesto culturale e nazionale, formazione: non vi è nulla di simile tra noi. Il punto di partenza e la radice della nostra amicizia di lunga data sta nell’aver vissuto insieme un momento critico per la Chiesa, la teologia e lo stesso cristianesimo nel decennio successivo al Concilio.

(Foto ANSA/SIR)

Siamo ciò che siamo diventati noi stessi e ciò che gli altri ci hanno fatto diventare. Guardando al nostro passato vediamo l’influenza delle persone e l’afflusso di idee che sono fluite nel mare della nostra esistenza. Non possiamo rivedere la nostra vita passata senza pronunciare nomi e ritrovare posti nelle profondità del nostro essere; senza mai essere consapevoli di questa alterità che ci costituisce e che ha plasmato i nostri atteggiamenti e i nostri comportamenti. Influenze che ci hanno generato aprendoci alla responsabilità e alla libertà. Persone che ci ricordano un’eredità di debiti in quanto ci hanno aperto un cammino che siamo chiamati a seguire, seminando, credendo, agendo.

I

Tra i doni ricevuti da Dio vi è l’amicizia di un giovane teologo tedesco formatosi a Monaco che ha scelto di vivere in disparte dopo essere stato il successore degli apostoli sulla cattedra di Pietro. Non è l’amicizia di due compagni della stessa età o generazione né una semplice coincidenza di tempo o di luogo. Joseph Ratzinger mi precede per età (è nato nel 1927 e io nel 1934). Origine, contesto culturale e nazionale, formazione: non vi è nulla di simile tra noi. Che cosa c’è in comune tra un bambino nato in un villaggio della Sierra de Gredos, nella catena montuosa che separa la povera Spagna settentrionale dalla Spagna meridionale, e il giovane bavarese erede della vasta cultura spirituale, filosofica, teologica, letteraria e musicale che ha arricchito il suo Paese sin dal XVI secolo, dove i nomi di Kant, Hegel, Heidegger e di tanti altri hanno plasmato le parole e la coscienza di ogni generazione? Il punto di partenza e la radice della nostra amicizia di lunga data sta nell’aver vissuto insieme un momento critico per la Chiesa, la teologia e lo stesso cristianesimo nel decennio successivo al Concilio.

La situazione di una Chiesa perplessa davanti alla difficoltà di conciliare il nuovo con l’antico, la fede di sempre con le nuove tesi della teologia, sia protestante che cattolica, specialmente in Germania. Abbiamo condiviso la stessa diagnosi della situazione e abbiamo ricevuto una solida formazione biblica, patristica e dogmatica che ci ha ancorati alle realtà essenziali del cristianesimo, lasciandoci liberi di accettare o rifiutare le proposte alternative che si presentavano. La fede e il coraggio sono state le nostre due ancore fino ad oggi. Ed è proprio il fatto di aver condiviso, nella gioia e nel dolore, questo contesto ecclesiale e teologico che spiega il perdurare di quest’amicizia durata mezzo secolo. In questi decenni abbiamo cercato di vivere questa intelligenza del cristianesimo che dal Vaticano II ha ricevuto la sua espressione normativa. Senza tornare artificialmente a Trento, né anticipare un ipotetico Vaticano III. Per questo motivo dedico alcune delle seguenti pagine a Tubinga in quanto simbolo di questa esplosione del passato e del miraggio di ogni novità ritenuta possibile.

II

Ci siamo formati entrambi all’Università di Monaco, lui dopo i suoi primi anni di studi a Frisinga, e io dopo quelli in un seminario spagnolo della provincia di Ávila. La Facoltà di Teologia di Monaco, come tutte le altre facoltà tedesche, sia protestanti che cattoliche, appartiene all’Università di Stato. Durante gli anni della nostra formazione godeva di immenso prestigio ed era al primo posto tra le Facoltà per le grandi personalità umane e scientifiche che aveva formato. Nel decennio del dopoguerra, Monaco ha accolto molti professori provenienti da università che erano passate in territorio polacco, soprattutto da Breslavia. Arrivarono a Monaco molti accademici di alto livello di teologia dogmatica, esegesi, diritto canonico, liturgia e pastorale.

Io e Ratzinger non eravamo contemporanei negli studi: io ho iniziato il dottorato quando lui aveva già sostenuto e ottenuto l’abilitazione. Lavoravamo entrambi su Bonaventura, ma non ci conoscevamo e non eravamo in contatto, anche se io nella mia tesi criticavo alcuni aspetti della sua. A quel tempo, inoltre, ignoravo le tensioni che erano sorte dopo che il professor Schmaus aveva respinto una prima stesura della tesi di Ratzinger che il professor Söhngen stava seguendo in qualità di relatore. Dopo un forte conflitto tra i due professori, si arrivò a una soluzione salomonica: ignorare la prima parte dedicata alla comprensione della Rivelazione e accettare la seconda, incentrata sulla teologia della storia. Furono momenti drammatici, molto dolorosi, per Ratzinger, che si stava orientando verso l’insegnamento universitario, da cui sarebbe stato escluso se la sua tesi di abilitazione fosse stata respinta. Le pagine che dedicò a questo episodio nella sua breve autobiografia fanno ancora oggi ben sentire l’angoscia provata per il suo destino personale e quello della sua famiglia se la tesi non fosse stata accettata[1].

Dopo l’Università, ognuno di noi ha seguito la sua strada: io sono tornato in Spagna per insegnare prima al Seminario di Ávila e poi alla Pontificia Università di Salamanca. Ratzinger, da parte sua, iniziò un lungo viaggio che lo portò ad attraversare molte università tedesche: Bonn, Münster, Tubinga, Ratisbona. È a Roma che ci siamo conosciuti, nel 1969, durante la prima sessione della Commissione Teologica Internazionale, istituita da Paolo VI nel maggio di quello stesso anno[2]. Era formata dalle personalità di spicco che avevano plasmato il Concilio: Lubac, Congar, Bouyer e il belga Philips per i francofoni, e Balthasar, Rahner, Schnackenburg e Schürmann per i tedescofoni. Io ero il più giovane della Commissione, l’unico spagnolo con l’argentino Lucio Gera. Io e Ratzinger siamo stati rinominati per i cinque anni successivi. Ci riunivamo una settimana l’anno. Questi dieci anni di incontri, presentazioni, dialoghi e proposte sono stati per me una sorta di iniziazione sacramentale al mistero cristiano rappresentato dal pensiero e dalla vita di questi teologi. Padri e maestri che ho ascoltato con la stessa passione di un bambino attaccato al seno di sua madre. È in questo contesto di pensiero teologico, di integrazione ecclesiale e di esemplarità sacerdotale che hanno preso forma le convinzioni profonde che hanno determinato il corso della mia vita e della mia teologia fino ad oggi.

III

Una peculiarità della teologia del XX secolo è che i grandi teologi erano anche grandi scrittori, sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo. Ratzinger lo ha teorizzato:

La teologia deve orientare la vita quotidiana e trovare strade verso la riflessione e la predicazione: il pensiero mostra quanto vale quando può essere detto[3].

Ratzinger ha pubblicato nel 1968 un libro ancora oggi ritenuto la sua migliore opera: Foi chrétienne, hier et aujourd’hui, tradotto nel 1969 in spagnolo e pubblicato a Salamanca dalla casa editrice Sígueme (per cui ho scritto un’introduzione)[4]. Anche se non ci conoscevamo personalmente, ho sottolineato nell’introduzione la gioia e la perfetta armonia che sentivo con l’autore, un teologo che esprimeva il suo pensiero sul cristianesimo con estrema chiarezza e sincerità. E questo tenendo presente non solo chi l’ascoltava nelle Facoltà tedesche, ma anche altri, più lontani, quei poteri spirituali e sociali che sono l’anima di ogni generazione, lo Zeitgeist di Hegel: l’Illuminismo con la sua razionalità, l’esegesi storico-critica, i movimenti progressisti in seno alla Chiesa. Ratzinger ha avuto il coraggio di parlare a ognuna di queste realtà, affermando l’intelligenza del cristianesimo: un’intelligenza razionale all’interno di una razionalità dogmatica e biblica estesa a tutta la Parola di Dio e alla luce dell’esperienza celebrata dalla Chiesa nel corso dei secoli. L’ha fatto anche davanti ai cattolici impegnati nel dialogo ecumenico, che, smussando i bordi di elementi specificamente cattolici, pensavano di risolvere i problemi relativi all’unione delle Chiese.

Ratzinger scrisse questo libro a Tubinga, nel 1967-1968: in quel luogo e in quegli anni tutto fu rimesso in discussione. Il problema non erano tanto le piccole riforme ecclesiastiche o gli adattamenti nella formulazione della fede, ma una profonda riforma delle sue radici e dei principi professati. Il problema non era né la Chiesa di Roma né la figura storica di Gesù, ma il cristianesimo in quanto religione storica, dogmatica, ecclesiale, escatologica. In una parola: ad essere messi in discussione erano il Credo degli Apostoli e la validità di ciascuno dei suoi articoli. Da qui la risposta di Ratzinger: per sapere cosa sia il cristianesimo, cosa può fare e ciò che gli è estraneo, bisogna accettare il Credo e mostrarne la validità nei confronti del pensiero critico, smascherando i presupposti antropologici di una cultura che si chiude alla trascendenza, che riduce l’orizzonte della ragione (e la sua attività tecnico-scientifica) al mondo, usandola come unico criterio per esercitare tutt’altra razionalità, per rendere impensabile una rivelazione di Dio nella storia.

Tubinga era a quel tempo uno dei luoghi intellettuali più rappresentativi dell’incontro, dello shock tra le diverse visioni del mondo che proponevano un cambiamento o una ricostruzione del cristianesimo. Il primo veniva dalla filosofia e dalla politica. Il marxismo aveva costruito una versione del progetto di Marx che si presentava come compatibile con la cultura dell’Occidente cristiano, affermando di essere un progetto di società accettabile per la Chiesa. Nella primavera del 1965, a Salisburgo, si era tenuto un incontro tra gli intellettuali cattolici e marxisti delle principali università europee a cui avevo partecipato anch’io. Non dimenticherò mai quella settimana. A quel tempo la stragrande maggioranza degli intellettuali europei, delle università, delle istituzioni, compresa la Chiesa, anche se non lo riconosceva apertamente, erano convinti che il socialismo fosse la soluzione del futuro e che si trattava di preparare il terreno per far coesistere marxisti e cristiani[5].

La Ostpolitik della Santa sede (Cardinal Agostino Casaroli) andava nella stessa direzione. E alcuni si chiedevano perché nei testi del Vaticano II non fosse presente la parola comunismo come potenza egemone della Russia e partendo da essa in tutto il mondo. Il filosofo Ernst Bloch si trovava allora a Tubinga[6]. Stava rileggendo il cristianesimo alla luce dei movimenti utopici e rivoluzionari repressi dalla Chiesa nell’arco della storia che sarebbero stati un autentico fermento rivoluzionario per il Vangelo. Proponeva una teoria di speranza attiva, che apriva alla trascendenza, senza che vi fosse tuttavia alcuna trascendenza. Jürgen Moltmann tentava di elaborare una teologia centrata non tanto sulla fede bensì sulla speranza, vista come la grande dimenticata (o scartata) nella storia del cristianesimo[7]. La teologia politica di J. B. Metz[8], recentemente scomparso, andava nella stessa direzione; sebbene diversa, e con accenti diversi, si iscriveva infatti nello stesso solco.

Vi erano forti correnti teologiche a Tubinga che minacciavano l’origine stessa del cristianesimo come religione storica dotata di una volontà escatologica, cioè con l’affermazione che con essa l’Assoluto, incarnandosi, si era inserito nel nostro mondo. Da un lato, c’era la teologia liberale (il neo-protestantesimo) le cui figure principali erano E. Troelstch e A. Harnack. Troelstch aveva stabilito tre principi, o criteri, per accettare un cristianesimo moderno: la ragione critica, come essa stessa si pensa da Kant in poi; l’analogia, o affermazione che non ci può essere nulla di nuovo che non sia correlato o simile a qualche cosa precedente; la personalità o supremazia della soggettività individuale su qualsiasi altra autorità esterna al soggetto. Questa posizione equivaleva a escludere l’identità universale e assoluta del cristianesimo. Questi tre criteri autenticavano la validità del cristianesimo a integrarsi nella cultura moderna con ogni rigore intellettuale. Questa posizione interessava in modo particolare il protestantesimo, in quanto esso rivendica una permanenza e una continuità con i principi dogmatici della Riforma. Secondo essa, Lutero non era all’origine della modernità, ma un sostenitore del Medioevo, cioè del pensiero precritico. L’esperienza della prima guerra mondiale e la teologia dialettica di Karl Barth in primo luogo hanno rovinato queste speranze liberali, prodotti di una borghesia tedesca ben pensante che si auto-referenziava come centro e apice della cultura.

Questi criteri hanno permesso alla nuova esegesi di rileggere i testi del Nuovo Testamento alla luce della filosofia contemporanea determinata da Heidegger, con il suo impatto sulla teologia trasmessa da Bultmann, che era stato suo collega a Marburgo. Questo metteva in crisi i fondamenti del nuovo Testamento. In primo luogo, la rottura tra la parola di Gesù, del quale si diceva che non era cristiano ma ebreo (Wellhausen[9]), e la predicazione della Chiesa, che fin dalle sue origini lo ha riconosciuto come il Cristo, Signore, Figlio di Dio. Parole come salvezza, giustificazione, croce e risurrezione furono reinterpretate secondo categorie esistenziali e intese come autenticità dell’esistenza, come Gelassenheit e disponibilità aperta al futuro. Bultmann proponeva una teoria della demitizzazione del Nuovo Testamento: non si sapeva più come situare la narrazione simbolica, i fatti storici e il messaggio di salvezza. Si trattava soprattutto di determinare l’esistenza attraverso l’annuncio e la predicazione, perché era in questo evento che si situava la risurrezione di Cristo. In questo contesto, la posizione radicale fu quella assunta da H. Braun, che affermava che l’essenza e la sostanza del cristianesimo consistevano nel binomio Du darfs – Du sollts (“tu puoi – tu devi”), cioè la correlazione tra la possibilità offerta da Dio e l’obbligo accettato dall’uomo. Era questo diverso dall’esistenzialismo placcato di cristianesimo per essere accettato dal popolo? A Tubinga insegnava all’epoca E. Käsemann, discepolo radicalizzato (ma critico) di Bultmann.

Un altro famoso professore di Tubinga era Hans Küng, proveniente dalla Svizzera; l’eco della sua tesi su Barth lo precedeva. Le nuove posizioni della Chiesa cattolica e l’effervescenza suscitata dal Vaticano II l’avevano portato a riflettere sugli elementi essenziali del cristianesimo nella sua versione cattolica in convergenza o divergenza con tre nuove grandi realtà: l’ecumenismo, l’esegesi storico-critica, la coscienza moderna plasmata da un nuovo umanesimo e dai movimenti di liberazione.

In questo contesto si inseriscono i suoi libri fondamentali, intesi a consentire una visione del cattolicesimo compatibile con la ragione moderna, l’esegesi critica e il dialogo ecumenico. Il primo fu La Chiesa (1967). Secondo quanto raccontato da lui stesso, Küng cominciò a scriverlo negli anni 1964-1965: il Concilio stava volgendo al termine e doveva prendere decisioni fondamentali adottando le tre grandi Costituzioni, e in particolare la Lumen gentium. Küng moltiplicò i contatti romani durante le sessioni conciliari per far passare le sue idee nei testi adottati. Visto che non ci riuscì, tornò alla sua cattedra a Tubinga per proporre un’ecclesiologia alternativa a quella del Concilio (queste sono le sue parole). La seconda grande questione che affrontò negli anni successivi fu quella dell’autorità nella Chiesa e del potere del Papa, cioè dell’infallibilità. Tutti i suoi sforzi tenderanno ad affermare l’indefettibilità della Chiesa come comunità aperta nella storia di tutti i credenti, anziché l’infallibilità del Papa come soggetto individuale che legittima la decisione finale, irrevocabile e imposta a tutti. Era convinto che tale formulazione rendesse possibile un riavvicinamento alla posizione protestante.

Il terzo punto centrale, di fatto il primo e il più importante, riguarda l’accettazione dell’identità di Cristo come Figlio di Dio, nel senso dei concili ecumenici dei primi tre secoli, da cui scaturisce la salvezza universale in quanto sommo rivelatore e dono definitivo di Dio per tutti. Affrontò questa questione nel suo nuovo libro Essere cristiani. Accanto a capitoli rigorosi, di bella scrittura, si afferma che Cristo è il rappresentante, il “luogotenente” di Dio, il suo testimone supremo davanti agli uomini. Troviamo l’eterna domanda di chi è Cristo? Ci sono solo due risposte possibili: una che lo comprende a partire dalla sua condizione ebraica, nella sua azione profetica fino alla fine, nella morte e la sua influenza nei discepoli fino ad oggi. L’incarnazione di Dio in Gesù è l’affermazione specifica del cristianesimo. È inseparabile dall’uomo Gesù, accettato nella sua umanità concreta, cioè nella sua condizione di ebreo in un tempo e in un luogo unici. Nel cristianesimo la storia e la trascendenza sono inseparabili.

L’altra risposta vede il Cristo dal punto di vista di Dio, del mistero trinitario, come il suo inserimento incarnato nella storia degli uomini, nella sua unione con ogni uomo perché si è donato ed è morto per ognuno di noi. La nostra comprensione della Trinità dipende dalla risposta che diamo al problema di Cristo. Poiché la Trinità e la cristologia sono rimaste inseparabili da quando i Concili di Nicea, Efeso e Calcedonia hanno risposto esplicitamente alla domanda. I testi di Küng hanno diverse sfumature, ma non è chiaro se egli accetti il modo in cui la Chiesa ha inteso la risposta fino ai nostri giorni.

Dopo lunghi e faticosi dibattiti all’Università, sulla stampa e nella vita intellettuale tedesca, la Conferenza episcopale tedesca ha rinviato il processo a Roma[10]. Dopo precise e meticolose spiegazioni da parte di Küng e degli organismi romani, si prese la decisione di ritirargli il permesso di insegnare teologia ai seminaristi (la venia docendi), e quindi la cattedra di teologia dogmatica a Tubinga. Si cercò una soluzione onorevole e gli venne offerta la possibilità di continuare a fare teologia grazie alla nomina, da parte dello Stato tedesco, a direttore dell’Istituto ecumenico dell’Università di Tubinga. Lui e i suoi entusiasti sostenitori accusarono Giovanni Paolo II di negare la sua identità di teologo. L’ultima frase della decisione romana: “Hans Küng non può più essere considerato teologo cattolico” è servita a Karl Rahner negli ampi dibattiti che sono sorti sulla questione dell’infallibilità.

Fu proprio quest’insieme di fattori che portò Ratzinger a lasciare Tubinga. L’Università era diventata un organo politico con un obiettivo rivoluzionario. Non era più possibile, in questo contesto, fare teologia. Senza libertà, e sottoposti a costrizioni ideologiche, era impossibile pensare. Così Ratzinger andò a Ratisbona. Si trattava di una nuova Università[11] e lo pregarono di entrare a farne parte per prendervi un posto di responsabilità.

IV

Il caso Küng non era solo una questione di persone: vi era in gioco il modo di intendere il cristianesimo e la Chiesa. L’Università era diventata un forum con manifestazioni permanenti su tutto e il suo contrario… tutto era oggetto di discussione: la Bibbia e la sua interpretazione, il Vangelo e il suo potere di trasformare il mondo. Come professore e decano della Facoltà di Teologia, Ratzinger era nell’occhio del ciclone. I professori furono chiamati a pronunciarsi sulla permanenza di Küng in seno alla Facoltà: la risposta fu negativa. Non li avrebbe mai perdonati. I due nomi che giudicò responsabili per questa risposta negativa furono quelli di Ratzinger e Kasper[12]. Non solo per la funzione che a quel tempo ricoprivano a Tubinga, ma anche per quelle che avrebbero ricoperto a Roma negli anni successivi, quando Küng sperava che l’interdizione venisse revocata, cosa che mai avvenne.

Il 5 febbraio 1980, il Frankfurter Allgemeine Zeitung, uno dei più grandi quotidiani tedeschi, pubblicò un articolo di sette docenti di Tubinga[13]: dichiararono che con Küng era in gioco la fede della Chiesa, ma anche la libertà accademica e la legittimità della teologia cattolica in un’Università di Stato. I professori sono proposti dalla gerarchia (vescovi) con l’autorizzazione di Roma. In una Chiesa sprovvista di tale autorità teologica, quest’ultima si ridurrebbe a una questione di libertà individuale del professore. E questo significherebbe la fine della teologia sia cattolica che protestante, poiché la presenza della teologia nelle università statali è il risultato di un accordo giuridico tra le Chiese e lo Stato tedesco. Non si tratta di un dialogo dello Stato con persone nominate o revocate, ma con le loro rispettive Chiese. Questo manifesto dei sette professori mostra chiaramente che, al di là del caso particolare di Küng, era in gioco l’esistenza stessa delle Facoltà di Teologia: la questione non era solo un problema dottrinale intraecclesiale, ma un problema giuridico e politico con lo Stato tedesco.

Questa esperienza di Ratzinger che lasciò Tubinga fu decisiva per il suo futuro. In gioco a quel tempo non vi erano infatti questioni minori, ma problemi di fondo: il cristianesimo è un progetto rivoluzionario, un programma morale, un’ideologia, un sistema terapeutico o il risultato della rivelazione e dell’incarnazione di Dio nel mondo? In una parola: è possibile la fede, qual è la sua natura e cosa porta all’uomo? Abbiamo bisogno della salvezza, e qual è il suo contenuto? La Chiesa è una società risultante dalla decisione di associarci per certi fini che ci siamo posti o è una creazione di Dio, un’istituzione cui siamo invitati ad aderire accogliendo il Vangelo che essa deve proclamare e i sacramenti ricevuti da Cristo che essa deve dispensare?

In tutti questi anni, praticamente fino ad oggi, Hans Küng ha visto Ratzinger come un antagonista, favorito e innalzato nella Chiesa, mentre lui è stato rifiutato. Ratzinger ha mantenuto il suo atteggiamento critico, non senza magnanimità, invitandolo, quando divenne Papa, a un incontro a Castel Gandolfo. Precisando però che non si sarebbe trattato di un colloquio amichevole tra due colleghi universitari, ma dell’incontro tra due amici in situazioni diverse e con responsabilità diverse. Ratzinger lodò i suoi sforzi e i suoi progetti per un’etica planetaria (Welthos) e per la responsabilità della religione, ma non disse nulla né sul suo pensiero dottrinale né sulla sua posizione nella Chiesa.

Küng, da parte sua, apprezzò il gesto di colui che non era più un professore universitario come lui, ma la più alta autorità della Chiesa cattolica. Dopo questo lungo percorso comune, con profonda tristezza, leggiamo nelle sue Mémoires[14] il modo in cui parla di Ratzinger. E con lo stesso furioso disprezzo tratta uomini come Lubac e Balthasar. La traiettoria di Ratzinger è stata vissuta e accompagnata da molti di noi come decisiva per la nostra vita, per la Chiesa e per la società. Ci siamo rivolti a lui cercando una guida al momento di prendere decisioni importanti, di esercitare una responsabilità, di mettere a nudo la nostra coscienza. È in questo contesto di storia teologica ed ecclesiale che ho pubblicamente mantenuto il mio sostegno e la mia gratitudine a Ratzinger, mentre potenti gruppi ostili si opponevano al suo pensiero come teologo e ai suoi orientamenti in quanto papa.

V

Negli anni successivi abbiamo mantenuto e approfondito la nostra amicizia. I suoi libri sono stati successivamente tradotti in spagnolo, la maggior parte dalla casa editrice Sígueme, a Salamanca, che aveva pubblicato nel 1968 Foi chrétienne, hier et aujourd’hui. Questa non è stata la prima opera di Ratzinger tradotta in spagnolo: già nel 1962 era stata pubblicata a Madrid La fraternité chrétienne, tradotta da P. Gesù Aguirre, che aveva studiato a Monaco, e che, con Taurus Editore, spingeva per la traduzione di autori tedeschi e francesi di teologia, filosofia e spiritualità (questo editore è stato il primo a tradurre sette volumi de Écrits théologiques di Karl Rahner).

Il 28 agosto 1999, festa di sant’Agostino, Ratzinger firmò l’introduzione del suo libro L’esprit de la liturgie, tradotto nel 2001 da Editorial Cristiandad, un editore che in pochi decenni tradusse il meglio dell’esegesi tedesca e inglese, per cui ho scritto un’ampia introduzione. Mi sembrava infatti che il lettore spagnolo avesse bisogno di alcune pagine introduttive per collocare nel contesto teologico ed ecclesiale tedesco quest’opera il cui titolo evocava, per ogni lettore informato, il libro pubblicato da Romano Guardini nel 1918[15]. La liturgia era diventata un cavallo di battaglia nel post-Concilio, per quanto riguarda la riforma e le sue applicazioni concrete, da quelli che volevano mantenere tutto ciò che fu, per cinque secoli, il Messale di s. Pio V a quanti proponevano di eliminare quasi tutte le aggiunte alla chiara e sobria forma apostolica della celebrazione eucaristica. Allo stesso tempo, si assisteva a una vera e propria crociata iconoclasta per spogliare gli altari e le statue, i pulpiti e le balaustre che impedivano di discernere il centro di questo spazio di celebrazione: era l’altare, la sede, l’ambone, il fonte battesimale, la pala d’altare, l’evangeliario aperto ed esposto?[16]

A rafforzare la nostra amicizia hanno contribuito anche i suoi viaggi in Spagna. Per diversi anni ho tenuto un corso di teologia, organizzato durante l’estate dall’Università Complutense di Madrid presso l’Escorial, a cui partecipava gente di ogni sorta. Era il 1989, e Ratzinger, a quel tempo, non era mai venuto in Spagna. Tuttavia, conosceva molto bene la nostra storia, la nostra cultura e le opere dei grandi santi, Teresa d’Ávila, Ignazio di Loyola, Giovanni della Croce. Non penso che avesse letto il Don Chisciotte. In tutti i suoi scritti non ho trovato alcuna citazione di un autore spagnolo, tranne una di Don Chisciotte, di seconda mano… Fu probabilmente il desiderio di conoscere un nuovo mondo ecclesiale e culturale che lo portò ad accettare il mio invito, insieme alla curiosità di visitare il monastero, uno dei capolavori architettonici dell’umanità, conosciuto in Germania da Filippo II, e la sua influenza sulla storia della Germania e della Riforma. Senza Carlo V, l’Europa sarebbe oggi musulmana, e senza Filippo II sarebbe interamente protestante. Il tema del corso era Gesù Cristo e la sua conferenza si intitolava: “Gesù Cristo oggi”. È stata pubblicata nel volume collettivo del corso del 1989. In questo stesso contesto universitario, nello stesso luogo, tornò ad intervenire nel corso estivo sul Catechismo della Chiesa Cattolica.

Durante uno dei suoi viaggi abbiamo visitato Salamanca. Prima della partenza mi ha chiesto quale fosse il programma della giornata. Gli dissi che andavamo a visitare le due cattedrali e le due università. “No”, mi ha detto, “andremo prima da tua madre a prendere un caffè con lei”. E potrei citare altri esempi della sua semplicità e gentilezza. Sulla via del ritorno abbiamo trascorso la notte ad Ávila. Abbiamo visitato il monastero di San Giuseppe, la prima fondazione di Santa Teresa (sono stato ordinato sacerdote in quella chiesa). Siamo entrati nel chiostro e abbiamo parlato a lungo con le Suore nella sala capitolare.

VI

In tutti questi anni è rimasta intatta la nostra amicizia, un’amicizia tra due professori di teologia che portavano avanti con gioia una missione, una missione che ritenevamo essenziale per la Chiesa, perché dove non c’è teologia, la fede non può nascere né crescere. Senza teologia, la Chiesa finisce per soccombere alla magia o alla politica e, in entrambi i casi, viene meno alla sua identità come religione del Logos, cioè della Parola, della Ragione, dell’Intelligenza. Quando mi recavo a Roma gli facevo visita e questo ha contribuito a rafforzare la nostra amicizia: a volte ci trovavamo da lui o andavamo a pranzo in qualche ristorante. Durante uno di questi viaggi si è svolta la presentazione del mio libro La gloire de l’homme (1986) al Collegio Spagnolo. Lui era uno dei presentatori, insieme a Pierre Eyt, già rettore dell’Istituto Cattolico di Parigi, appena promosso arcivescovo di Bordeaux (e buon conoscitore della cultura spagnola). C’era un terzo oratore, chiamato ad assumere grandi responsabilità nella Chiesa, P. Luis Ladaria SJ, a quel tempo docente presso l’Università Gregoriana e oggi prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.

Mi resta da segnalare un fatto nuovo e sorprendente, che per me è stato motivo di grande gioia, ringraziamento a Dio e gratitudine nei confronti dell’umanità: l’assegnazione del primo Premio Ratzinger (2011). Si tratta di un premio conferito dalla Fondazione Ratzinger, che gestisce i diritti d’autore dei suoi libri. È destinato a coloro che hanno dedicato la loro vita alla teologia, e anche ai giovani che stanno iniziando il cammino. Il vincitore è scelto da un consiglio scientifico. La consegna del premio, da parte di Joseph Ratzinger in persona, si è svolta il 3 giugno 2011, nella Sala Clementina del Vaticano, alla presenza di molti professori, amici e autorità religiose. In poche parole, Benedetto XVI ha riassunto le caratteristiche della mia teologia, sottolineando la mia dedizione e senza nascondere gli sforzi compiuti o le difficoltà incontrate. Gli elogi erano chiaramente eccessivi, rivelavano soprattutto le parole di un amico. Era straordinario e piuttosto raro che un papa lodasse in maniera pubblica e solenne un teologo vivente. Il dono personale di Benedetto XVI fu una breve lectio intitolata Cos’è la Teologia?[17]

Le nostre relazioni sono diminuite negli ultimi anni, a causa dei suoi compiti e poi della sua salute, ma non sono mai venuti meno i segni della nostra amicizia: una delle sue ultime lettere fu in risposta a un invito che gli avevo fatto di venire a parlare all’Università di Salamanca durante un corso che stavo tenendo (nella cattedra speciale Domingo de Soto). Era il 2005, erano gli ultimi giorni di san Giovanni Paolo II, e mi scrisse che avrebbe tanto voluto venire a parlare all’Università di Salamanca, il cui nome è legato a tanti teologi, ma che la fine delle sue funzioni si stava avvicinando[18], e sperava di poter ritornare in Germania e ai suoi studi teologici, per scrivere il libro che entrambi volevamo scrivere, con la stessa idea fondamentale: fare, nella nostra situazione spirituale e nella nostra epoca, ciò che Guardini aveva fatto nella sua epoca. Tre settimane dopo fu eletto Papa.

Ciò che mi sembra eroico, miracoloso, è che è riuscito a completare quest’opera su Cristo, una riflessione che portava sul contenuto primitivo, riflessione e confessione al tempo stesso, senza confusione né separazione[19]. Il problema del rapporto tra il Gesù della storia e il Cristo della fede è centrale nel cristianesimo, ed è diventato più acuto dalla metà del XIX secolo. Ad essere in gioco sono l’interpretazione critica della Bibbia (cioè elaborata da tutti gli strumenti che abbiamo oggi) e la sua lettura cristica (che mostra come la persona di Cristo sia al tempo stesso il suo contenuto centrale e il suo criterio definitivo). Il presente e il futuro immediato della nostra fede dipendono da come accettiamo la Bibbia e da come la interpretiamo a partire dalla ragione e dalla fede, per così dire tra la Sorbona e la Chiesa.

Ratzinger ha subito percepito la gravità del problema. Oltre alle sue pubblicazioni sulla Scrittura letta nella Chiesa, come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha portato alla stesura di due documenti della Pontificia Commissione Biblica: L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa (1993) e Il popolo ebraico e le sue sacre scritture nella bibbia cristiana (2001)[20]. C’è infatti un problema di fondo nella teologia di cui quasi nessuno parla mai: fino al 1970 i teologi usarono la Bibbia nel senso scolastico tradizionale. Ma la costituzione Dei Verbum del Vaticano II ha dichiarato che “lo studio delle sacre pagine deve essere come l’anima della sacra teologia” (veluti anima Sacrae Theologiae, Dei Verbum n. 24). Tuttavia, non è stato finora sviluppato alcun progetto teologico in questa prospettiva. Non sappiamo usare i testi alla luce della tradizione patristica e successiva e neanche i moderni mezzi della critica. Se da un lato abbiamo rimproverato agli uni di non prendere sul serio ciò che a quel tempo si diceva del Gesù storico, dall’altro abbiamo rimproverato agli altri di non prendere in considerazione tutto ciò che la tradizione ecclesiale aveva trasmesso su di lui. Ratzinger lo capì, e fu questo uno dei suoi principali contributi alla teologia e alla vita della Chiesa. Superare questo dualismo mortale è il principale compito delle nuove generazioni di teologi.

Un altro segno della nostra fedele amicizia era l’immediato invio di ogni nostro libro, di cui commentavamo – con umorismo e amore sempre critici – il rispettivo valore… La dedica di Ratzinger era quasi sempre qualcosa del genere: “al prof. Olegario González de Cardedal, con vecchia amicizia, Benedetto XVI”. Le dediche degli ultimi libri erano scritte a caratteri minuscoli, appena leggibili (spesso trascritte da un segretario!). Quando riceveva qualcuno da Salamanca, o si pronunciava il nome dell’Università, chiedeva sempre: “Come sta Olegario?”. La comunicazione non è più stata possibile negli ultimi anni: la sua missione era diventata il silenzio, il ricordo, la preghiera.

*

Sono quel che sono grazie al popolo che Dio ha posto sul mio cammino e che mi ha mostrato la verità della fede e la validità del Vangelo vissuto nella Chiesa per la vita del mondo. E in tutto questo la durezza e la grandezza della vocazione del teologo. Mi sia permesso di concludere citando due autori molto diversi, nei quali ho percepito la sacra missione del pensiero, sia teologico che filosofico, e che sono molto attuali: con Nietzsche condivido come imperativo sacro la probità intellettuale di pensare, proporre e vivere la fede[21] e con san Tommaso di dover imparare da tutti, sempre rivolto non verso le opinioni, ma verso la verità stessa[22].

Ringrazio Dio per la vita che mi ha dato e per la vocazione di teologo a cui mi ha chiamato. E rendo grazie a Joseph Ratzinger che, attraverso la sua persona, il suo pensiero teologico e la sua amicizia, ha illuminato e accompagnato il mio cammino. La mia vita e il mio pensiero: ho voluto che servissero per la gloria di Dio e la vita del mondo.

 

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[1] Ma vie. Souvenirs 1927-1977, Fayard, Parigi, 1998 (2a edizione 1995).

[2] Emanuele Avallone, La Commissione Teologica Internazionale: storia e prospettive, Venezia, 2016.

[3] Dogma und Verkündigung, Monaco, 1973, rist. Donauwörth 2005 (diversi capitoli tradotti in Credo pour aujourd’hui, Presses du Châtelet, 2008) N.d.T.

[4] Einführung in das Christentum (il testo tedesco ha visto 24 ristampe fino al 2000, la traduzione francese, attualmente curata da Cerf, è alla 5a edizione) N.d.T.

[5] E. Kölner, ed., Christentum und Marxismus heute, Vienna-Francoforte 1965, con l’elenco dei venticinque accademici partecipanti. Tra i francesi spiccano Dominique Dubarle, Jean-Yves Calvez, Roger Garaudy, Gilbert Mury (N.d.T.).

[6] Aveva lasciato la RDT nel 1961 (N.d.T.).

[7] J. Moltmann, Théologie de l’espérance. Études sur les fondements et les conséquences d’une eschatologie chrétienne, trad. fr. Parigi, Cerf-Mame, 1970 (tra il 1964 e il 1969 l’opera ha visto 8 edizioni in tedesco) – N.d.T.

[8] J. B. Metz, Pour une théologie du monde, trad. fr. Parigi, Cerf, 1971 (N.d.T.).

[9] Julius Wellhausen (1844-1918) è un esegeta protestante, fondatore della critica testuale dell’Antico Testamento (N.d.T.).

[10] Le Dossier Küng, Faits et Documents. Documentation sur les efforts faits par la Congrégation de la foi et la Conférence épiscopale allemande pour parvenir à un éclaircissement objectif des opinions controversées du professeur Küng, collana Communio, Fayard, Parigi, 1980.

[11] Fondata nel 1962, l’Università di Ratisbona iniziò gli insegnamenti nel 1967 (N.d.T.).

[12] J.-R. Armogathe, éd., Comment être chrétien ? La réponse de Hans Küng, DDB, Parigi, 1979 (con i contributi di D. Schultenhover, J. Ratzinger, W. Kasper, K. Rahner, A. Grillmeier, traduzione parziale di Diskussión über Hans Küng, ‘Christsein’, Magonza, 1976). (N.D.T.).

[13] Alfons Auer, Walter Kasper, Gerhard Lohfinck, Ludger Oeing-Hahnhoff, Rudolf Reinhard, Max Seckler, Herrmann Joseph Vogt (Kirchenkampf  mit Hilfe der Theologie? Sieben Professoren de katholischen Theologie in Tübingen nehmen Stellung im Fall Küng). Il testo è riprodotto in Der Fall Küng, Eine Dokumentation, Piper, Monaco-Zurigo, 1980 (Norbert Greinacher,Herbert Haag, ed.), pp. 235-244 (risposta al vol. pubblicato dalla Conferenza episcopale tedesca cit. n. 12) N.d.T.

[14] Hans Küng, Mémoires : Mon combat pour la liberté, trad. fr., Cerf, 2006 ; Mémoires II : Une vérité contestée (1968-1980), trad. fr., Cerf, 2010.

[15] R. Guardini, L’esprit de la liturgie, trad. fr., Parole et Silence, 2007 (1a ed. della trad. fr. nel 1929). È stata pubblicata una trad. fr. dei due volumi, Artège, 2019 (N.d.T.).

[16] Questa non è stata l’unica introduzione che ho dovuto scrivere: l’ultima è stata per la traduzione cinese de l’Introduction au christianisme, fatta quando Ratzinger era papa da uno studente cinese a Salamanca.

[17] Testo in lingua francese sul sito del Vaticano (Benedetto XVI, Discours, giugno 2011).

[18] Joseph Ratzinger aveva raggiunto l’età di 75 anni nel 2002 (N.d.T.).

[19] J. Ratzinger/Benedetto XVI, Jésus de Nazareth (3 vol. pubblicati nella trad. fr. nel 2007, 2011 e 2012, riuniti in un solo vol. : Jésus de Nazareth. La figure et le message, Parole et Silence, 2014) – N.d.T.

[20] Testi in francese sul sito vatican.va

[21] Intellektuelle Redlichkeit, in Werke en 3 vol., Phaidon Vlg 1990, Index, pp. 310-311.

[22] « Studium philosophiae non est ad hoc quod sciatur quid homines senserint de veritate sed qualiter se habeat veritas rerum » (De coelo lib I, lect. 22) [« la filosofia non consiste nel sapere ciò che gli uomini pensano della verità, ma ciò che è la verità stessa »].

 

(*) Communio France

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