Oltre 1.500 giovani dell’Agesci a Ravenna sulle orme di don Giovanni Minzoni

Per don Giovanni Minzoni, arciprete di Argenta ucciso per il suo impegno per i giovani e per formare le loro coscienze da squadre fasciste 100 anni fa, l’Agesci ha voluto, con la diocesi di Ravenna-Cervia, avviare la causa di beatificazione. L’appuntamento di domenica è stato il primo evento del Centenario

(Foto Giampiero Corelli)

“A noi il compito di educare persone libere, capaci di scegliere il bene”. Da qui riparte l’Agesci dell’Emilia-Romagna: in 1.600 si sono ritrovati domenica mattina al Pala de Andrè di Ravenna per il primo convegno regionale dopo gli anni della pandemia. Sulle orme di don Giovanni Minzoni, arciprete di Argenta ucciso per il suo impegno per i giovani e per formare le loro coscienze da squadre fasciste 100 anni fa, per il quale l’Agesci ha voluto, con la diocesi di Ravenna-Cervia, avviare la causa di beatificazione. L’appuntamento di domenica è stato il primo evento del Centenario.

La giornata è iniziata con la Messa celebrata dall’arcivescovo di Ravenna-Cervia, mons. Lorenzo Ghizzoni. Partito dal Vangelo (“Voi siete sale della terra e luce del mondo”) ha concentrato la sua omelia sul tema della testimonianza, soprattutto quella del parroco di Argenta. “La testimonianza è quella che si fa con i fatti – ha spiegato -, le posizioni che prendiamo in un mondo che non ha i nostri valori”. E l’annuncio più forte che possiamo dare a questo mondo, ha proseguito, è quello di “Cristo crocefisso, e poi risorto. Un Dio che è arrivato giù, fino in fondo al suo amore per noi”. Come don Minzoni”.

Nel testamento nel 1916, nel pieno della prima guerra mondiale, scrive “compiendo fino all’ultimo il mio dovere di prete e di italiano, avrò un pensiero per i miei cari e per la gioventù argentana che tanto ho amato nella viva speranza di vederla sciolta da ogni vincolo di scetticismo e di sensualismo, perché solo nella piena libertà da ogni basso istinto, l’ho sognata bella e nobile”.

“Ritirarmi sarebbe rinunciare a una missione troppo sacra – dice ancora a un testimone pochi giorni prima di morire -. Attendo la bufera. La religione non ammette servilismi ma il martirio”. “Don Minzoni è stato un formatore di coscienze e animatore dei giovani – ha concluso monsignor Ghizzoni –: fu questo a provocare la reazione che portò alla sua morte. Per questo l’Agesci è profondamente legata a lui e ha chiesto l’avvio del processo di beatificazione”.

Al centro delle riflessioni della mattinata il tema del “formare le coscienze”, per come lo intendeva don Minzoni: “A noi il compito di formare persone libere – ha spiegato l’assistente regionale Agesci don Andrea Turchini – , e si è liberi solo se si educa a scegliere il bene, in questo la libertà raggiunge il suo apice”. Dopo i ringraziamenti da parte di Aldo Preda, presidente del Centro Studi Donati e dell’assessore Livia Molducci sono intervenuti Roberta Vincini, presidente nazionale Agesci e l’arcivescovo. Poi, le relazioni di padre Amedeo Cencini, sacerdote canossiano, psicologo e formatore, Giuseppe Savagnone, docente e responsabile dell’Ufficio Pastorale della Cultura di Palermo e Donatella Mela, ex capo-guida scout d’Italia.

È finito un certo cristianesimo sociale, tradizionale, “politico”, ha spiegato padre Cencini, ma non è finito il messaggio cristiano. “Quei tempi – stiamone certi – non torneranno, e non vanno rimpianti. La fede è e sarà sempre di più una scelta personale e libera, come nuova coscienza”, che si forma a partire dall’immagine di Dio”. Occorre allora, spiega Cencini “evangelizzare la sensibilità”. Questo produrrà scelte libere, cioè “motivate dall’attrazione” non dalle norme e “responsabili” degli altri.

La “sensibilità” di cui parla Cencini non ha nulla di improvvisato o estemporaneo: “Ce la ritroviamo ma si è formata pian piano. Quindi possiamo anche dire che ognuno ha la coscienza che si ‘merita’, cioè che si è costruito. E ogni scelta che facciamo lascia una traccia in essa”. In questo, infine, la coscienza ha a che fare con la nostra identità, la verità che è il punto di riferimento di ogni scelta.

La coscienza personale, però, va di pari passo con il bene comune, ha spiegato Savagnone: “Occorre scoprire la libertà che va oltre sé stessi, verso valori che sono validi per tutti. La mia libertà non finisce dove inizia quella degli altri ma inizia proprio con gli altri. Nessun uomo è un’isola, che dice la poesia di John Donne. Se portiamo avanti questo messaggio, saremo rivoluzionari”.

Infine da Mela, che è stata capo-guida scout d’Italia, un richiamo ai cardini della proposta scout: la legge, la promessa e il motto. “In questo mosaico di linguaggi del mondo, non cambiamo i nostri valori. Da educatori, possiamo essere degli spettatori nella formazione delle coscienze o piuttosto parte del mosaico di emozioni e sentimenti. Come diceva Baden Powell nell’educazione l’unico successo è la felicità di chi c’è affidato”.

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