Dove trovare Speranza (a parte il ministro)

A Roma il governo si sgretola sotto i colpi di chi rottama una fiducia preziosa. A Trento si svela un mercato di eroina che illude troppi clienti. In Bosnia piangono i profughi, bloccati nel gelo e nell’indifferenza dell’UE. Davanti alla fatica d’inizio anno, dove attingere quella Speranza che non è solo il cognome impegnativo di un ministro della Salute peraltro serio e tenace? Dove trovare, in questi giorni post natalizi in cui la stella dei Magi pare a qualcuno già tramontata, dei motivi fondati per non “maledire le oscurità”, ma accendere le speranze?

foto SIR/Marco Calvarese

A Roma il governo si sgretola sotto i colpi di chi rottama una fiducia preziosa. A Trento si svela un mercato di eroina che illude troppi clienti. In Bosnia piangono i profughi, bloccati nel gelo e nell’indifferenza dell’UE.
Davanti alla fatica d’inizio anno, dove attingere quella Speranza che non è solo il cognome impegnativo di un ministro della Salute peraltro serio e tenace? Dove trovare, in questi giorni post natalizi in cui la stella dei Magi pare a qualcuno già tramontata, dei motivi fondati per non “maledire le oscurità”, ma accendere le speranze?
Non li troveremo solo nei farmaci. Anzi, ora sappiamo che tutti i vaccini antiCovid – lo scriviamo al plurale dopo le buone notizie sulla distribuzione di Moderna e AstraZeneca – non saranno una bacchetta magica in grado di far sparire il contagio in fretta e definitivamente. L’avvio della loro somministrazione è un’iniezione di fiducia, insperata fino a pochi mesi fa (non dimentichiamolo!), ma ci vorrà la gradualità e la pazienza dei tempi lunghi; in più, l’attenzione a garantire la priorità agli anziani e ai più bisognosi. In ogni caso – a fronte di nuovi possibili contagi o di varianti che gli uccelli del malaugurio fanno apparire dovunque – la loro efficacia risolutiva dipenderà ancora una volta dai nostri comportamenti collettivi: il Covid-19 sarà disarmato solo dalla prudenza nei nostri rapporti interpersonali.
Ma le speranze fondate non vengono solo dai ristori governativi, dalle misure economiche una tantum. Lo sanno bene anche i piccoli imprenditori dell’ alberghiero che hanno manifestato lunedì a Trento a clacson spiegati o gli impiantisti dubbiosi dopo il parere del CTS nazionale. Un cambiamento più radicale del modello economico passa dalla capacità di trovare strategie condivise e solidali. Anche uno spirito d’iniziativa coraggioso, quello che in queste settimane ha portato qualche ristoratore a provare alternative nell’asporto (vedi pag. 4).
“È il tempo di pensare al noi, mettere tra parentesi l’io. Nella classe dirigenziale, nella politica come nella Chiesa, tutta la classe dirigenziale non ha diritto di dire io… deve dire noi, cercare un’unità di fronte alla crisi”, ha detto sottovoce, quasi con sofferenza, papa Francesco nell’intervista di domenica sera su Canale 5, affermando: “Un politico, un pastore, un cristiano, un cattolico, anche un vescovo, un sacerdote, che non ha la capacità di dire “noi” invece di “io” non è all’altezza della situazione”.
Si radica qui, nella capacità di prendersi cura degli altri e di farsi prossimo, la possibilità di “uscire migliori e non peggiori” da questa logorante ma non infinita crisi.
Qualcuno ne sta dando prova da mesi, come c’invita a riconoscere spesso il nostro arcivescovo Lauro. Non solo medici e operatori capaci di guardare esigenze che vanno oltre il proprio reparto. Pensiamo a tanti professori che sono tornati in classe con l’entusiasmo del primo giorno di scuola, consapevoli della domanda di umanità e di ascolto “in presenza” che i loro alunni esprimono dopo mesi di distanza. Pensiamo a tante persone dedicate ai certosini lavori di pulizia, sanificazione e servizio d’ordine che rappresentano un modo per “voler bene” al prossimo.
La speranza la riconosciamo nei genitori e nei figli che, pur nella restrizione casalinga, hanno saputo resistere con reciproca pazienza, a oltranza ormai. O ancora in piccole comunità parrocchiali che hanno vissuto con maggiore intensità la mensa domenicale e hanno provato in modo nuovo a vivere “la vicinanza” con persone povere e sole.
La Speranza, che i cristiani sanno di non dover mai separare dalle altre due sorelle (fede e carità), secondo papa Francesco “è la più umile delle tre virtù teologali. Ma è una virtù concreta, che non delude: “Cristo, mia speranza, è risorto!”. “Non si tratta – ha commentato il Papa nella Pasqua di quest’anno – di una formula magica, che faccia svanire i problemi. No, la risurrezione di Cristo non è questo. È invece la vittoria dell’amore sulla radice del male, una vittoria che non ‘scavalca’ la sofferenza e la morte, ma le attraversa aprendo una strada nell’abisso, trasformando il male in bene: marchio esclusivo del potere di Dio”.

(*) direttore “Vita trentina”

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