Remare tutti dalla stessa parte

Ha fatto il giro del web la foto di Giuseppe (“Bepo”) Tonon, pubblicata su Facebook dalla figlia Elena, che gestisce, insieme al padre, un noto locale dell’opitergino: il Ca’ Lozzio. «È lì immobile – commenta Elena – seduto, pensieroso dopo aver scoperto che forse dobbiamo chiudere la nostra attività alle18 e non dobbiamo neanche aprire alla domenica, giorno d’incasso assicurato per una attività come la nostra». La foto è diventata il simbolo dello scoraggiamento e dell’amarezza di tante categorie di lavoratori, all’indomani della pubblicazione del Dpcm Conte del 24 ottobre e delle conseguenti norme restrittive per ristoratori, bar, gelaterie, attività sportive, palestre, piscine, teatri e cinema, addetti al mondo dello spettacolo, artisti, operatori del turismo…

Ha fatto il giro del web la foto di Giuseppe (“Bepo”) Tonon, pubblicata su Facebook dalla figlia Elena, che gestisce, insieme al padre, un noto locale dell’opitergino: il Ca’ Lozzio. «È lì immobile – commenta Elena – seduto, pensieroso dopo aver scoperto che forse dobbiamo chiudere la nostra attività alle18 e non dobbiamo neanche aprire alla domenica, giorno d’incasso assicurato per una attività come la nostra». La foto è diventata il simbolo dello scoraggiamento e dell’amarezza di tante categorie di lavoratori, all’indomani della pubblicazione del Dpcm Conte del 24 ottobre e delle conseguenti norme restrittive per ristoratori, bar, gelaterie, attività sportive, palestre, piscine, teatri e cinema, addetti al mondo dello spettacolo, artisti, operatori del turismo…
Straordinaria – e al di là di ogni aspettativa – la partecipazione alla manifestazione di lunedì 26 (primo giorno in cui le norme entravano in vigore), organizzata da “Treviso – Imprese unite”, l’associazione nata durante il primo lockdown. “Se falliamo noi, fallirete anche voi” è stato uno degli slogan più ripetuti: dà voce alla preoccupazione che le norme del 24 ottobre portino sul lastrico molti lavoratori autonomi, insieme a un numero importante di aziende ed imprese. Manifestazioni, sebbene con numeri più contenuti, si sono tenute anche in altri centri della nostra diocesi come Oderzo e Sacile. La protesta dei Veneti si è espressa in un contesto di sostanziale rispetto delle norme sanitarie e di correttezza – a parte qualche insulto volato di tanto in tanto all’indirizzo degli esponenti di governo – e senza episodi di violenza, a differenza di altre manifestazioni, come quelle di Napoli, Roma, Milano e Torino, dove gruppi di facinorosi si sono resi responsabili di scene di vera e propria guerriglia urbana. Presenti in blocco, sempre a Treviso, le organizzazioni di categoria, molti amministratori locali e persino alcuni rappresentanti della Regione, che hanno manifestato la loro solidarietà ed hanno ribadito l’urgenza dell’autonomia del Veneto.
Prendendo ordinatamente la parola, i manifestanti hanno esplicitato le ragioni della loro protesta: dall’orario di chiusura fissata dal governo (perché proprio alla sera e non anche a pranzo?), alla scelta di alcune categorie già duramente colpite nei mesi scorsi (ai loro occhi una sorta di “accanimento”), alla sfiducia nel sostegno economico e nei ristori promessi dal governo (denunciano che non sono arrivati o non sono stati adeguati già nel primo lockdown), alle critiche al governo per come ha gestito i mesi estivi (non si poteva preparare meglio l’Italia alla nuova fase del Covid-19?), alle ingenti spese sostenute dalle aziende per rispettare le norme anticovid ed ora del tutto vanificate…
Sono certamente comprensibili il malessere e il disagio delle categorie che in questi giorni si trovano davanti al concreto rischio di chiudere definitivamente la propria attività. Sono anche comprensibili alcune critiche all’ultimo Dpcm: penso soprattutto alla scelta degli orari e al fatto che alcuni settori siano davvero più colpiti di altri… È giusto che si manifesti – e anche con forza – per fare sentire il proprio punto di vista: il Governo dovrà tenerne conto e farà bene ad ascoltare le voci di persone che hanno voglia di lavorare: “Lasciateci il lavoro” è stato uno degli slogan più ripetuti.
Tuttavia, a Treviso, non si è parlato adeguatamente dell’aumento dei contagi per coronavirus o del fatto che, attraverso queste norme, si vuole scongiurare un lockdown totale, una possibilità purtroppo non così remota. Le norme restrittive del Governo non nascono dal capriccio, ma dalla volontà di contrastare la crescita della pandemia, che è un problema non solo italiano, ma di tutti i Paesi europei, alle prese – tutti – con norme severe; come a dire che la crescita esponenziale dei contagi non è imputabile solo a Conte e al suo governo, ma è un problema europeo (e mondiale). Discutibile, infine, il fatto che qualcuno soffi sul fuoco e cavalchi la protesta per finalità politiche, per alimentare l’astio contro i partiti di governo e per forzare su altre “partite”, come la richiesta dell’autonomia. Davvero, se il Veneto fosse autonomo, la situazione Covid sarebbe più facilmente gestibile? Non lo so.
Martedì 27 Conte ha comunicato che saranno stanziati fondi adeguati per le attività colpite dalle norme restrittive ed ha promesso che saranno distribuiti a chi ne ha bisogno e con rapidità. C’è da sperare – per il bene dell’intero Paese – che sia davvero così e soprattutto che si impari a remare tutti dalla stessa parte, perché solo così potremo affrontare i mesi non facili che abbiamo davanti.

(*) direttore “L’Azione” (Vittorio Veneto)

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