Suor Cecilia, fede e medicina al servizio dei più fragili

Suora e medico, la francescana Cecilia Maracci è attualmente in servizio nel Centro Covid-19 Santa Lucia, dove si prende cura delle anziane ospiti dopo una lunga esperienza missionaria con i bambini africani del Ciad

Suora e medico, la francescana Cecilia Maracci è attualmente in servizio nel Centro Covid-19 Santa Lucia di Rieti, dove si prende cura delle anziane ospiti dopo una lunga esperienza missionaria con i bambini africani del Ciad. «Non si può essere insensibili verso chi soffre», ha detto papa Francesco. Suor Cecilia Maracci ripete questa frase, mentre illustra il suo lavoro: un lavoro che certamente non avrebbe mai pensato di svolgere, se non altro con queste modalità. Marchigiana cresciuta a Padova, prima di diventare suor Cecilia, della famiglia della francescane alcantarine, è diventata dottoressa Cecilia, medico. Durante il tirocinio in ospedale, si avvicina al mondo religioso e decide di diventare suora. Dopo i voti perpetui, vola in missione in Ciad, nella doppia veste di medico e di religiosa. Resta in Africa per sedici anni, a combattere malattie infantili, e poi malaria, denutrizione, Aids. Un anno sabbatico dopo il ritorno, e poi l’imminente partenza per il Brasile.

Cambio di missione. Ma è già arrivata l’epidemia di coronavirus, i voli sono bloccati, e i programmi cambiano. Suor Cecilia attraverso i Frati Minori del Lazio riceve la proposta di venire a Rieti per occuparsi dell’istituto Santa Lucia, dove le suore francescane di Santa Filippa Mareri e le anziane ospiti della casa di riposo combattono con l’epidemia, una struttura diventata un vero focolaio del Covid-19. «Ho dato la mia disponibilità, anche se ho sempre lavorato con i bambini – spiega suor Cecilia – basti pensare che in Ciad oltre la metà della popolazione ha meno di quindici anni. Non avevo alcuna esperienza con gli anziani, mi sono trovata a gestire una fascia di età che non avevo mai curato finora, ma mi trovo molto bene».

Ritrovare la normalità. A Santa Lucia, nella piazzetta Beata Colomba in pieno centro storico reatino, la vita scorreva lenta e gioiosa prima che il virus si insinuasse tra le stanze del convento. Una corsa contro il tempo, la presa in carico dalla Asl di Rieti, il percorso convulso verso la gestione di un nemico mortale e del tutto sconosciuto. «Ora la situazione si è del tutto normalizzata e segue un ritmo quotidiano regolare, ma devo dire che le difficoltà ci sono state, soprattutto nei primissimi momenti. Occorreva trasformare di fatto una casa di riposo in un ospedale, e farlo mantenendo tutte le precauzioni del caso», spiega la dottoressa. I letti dei pazienti più fragili sono stati spostati al piano terra per monitorare meglio le loro condizioni, e poi la ricerca delle prolunghe elettriche per allacciare le apparecchiature elettromedicali, i pasti da consegnare in sicurezza, l’installazione di una stanza sterile, le procedure di sterilizzazione, i contatti con i parenti, i tamponi da farel, la massima igiene da mantenere. Una quotidianità del tutto sconvolta, da rimodulare da cima a fondo. Oggi, la casa di riposo è di fatto una succursale dell’ospedale di Rieti, un vero e proprio Centro Covid con turni di infermieri, oss e medici che coprono le intere ventiquattro ore.

Una squadra affiatata. «Devo dire che la Asl reatina ha fatto un gran lavoro – commenta suor Cecilia – la situazione non era affatto facile, ma del tutto straordinaria. Oggi lavoriamo in team e in armonia, gestendo le condizioni dei pazienti, anche quelle psicologiche, che assolutamente non sono da sottovalutare».

Rassicurare e curare. Un vero trauma per le anziane ospiti della casa di riposo, abituate a vedersi tra loro, ad uscire in giardino, a ricevere il conforto delle suore e le visite di parenti e amici. «Perchè mio figlio non viene più a trovarmi, mi ha forse abbandonata?»: ecco le prime domande che si sono poste, e il senso di smarrimento è iniziato a serpeggiare, soprattutto tra le signore meno capaci di comprendere appieno la situazione a causa del decadimento cognitivo. «Abbiamo dovuto dunque rassicurarle, e spiegare loro cosa stesse succedendo: è comprensibile, avevano la loro vita abitudinaria e scandita da orari precisi, che scorreva con quiete e calma. Oggi è tutto rivoluzionato, per di più non vedono gli abiti delle religiose, ma tute sterili che ci fanno assomigliare a dei marziani. Occorre abituarsi anche a questo».
Non è facile. Alcuni soffrono, alcuni se ne vanno per sempre. E il distacco è ancor più doloroso, per non potersi salutare e accudire negli ultimi momenti. «Portiamo pasti caldi nelle loro camere, e le disposizioni sono che ognuno resti nel suo piano, ma anche quello non è stato facile da spiegare. Si vogliono vedere, sostenere, salutare, e non tutte sono avvezze alla tecnologia. Le suore mantengono viva anche con la preghiera la loro comunità, per i laici c’è più smarrimento».

Un aiuto in più dall’abito. Per suor Cecilia, l’abito religioso sotto la tuta sterile rappresenta un aiuto in più da offrire. Rappresenta la competenza sanitaria unita al sostegno spirituale, tenute insieme dal sorriso che non manca mai sotto la mascherina, e che si fa vedere attraverso gli occhi. «Non ho la competenza dei medici specialisti del settore, posso solo dare il meglio di ciò che so fare in campo sanitario. Ma forse posso dare un conforto in più, e tutta l’umanità di cui tanto abbiamo bisogno in questo momento».

(*) www.frontierarieti.com 

Altri articoli in Territori

Territori

Informativa sulla Privacy