E liberaci anche dalla ripetitività

La ripetitività è amica di una certa comodità, garantisce sicurezza, evita (forse) passi falsi; è certamente nemica della forza rigeneratrice del Vangelo e dello Spirito che – ce lo diciamo in questa Pentecoste – “fa nuove tutte le cose”. La ripetitività è di colore grigio spento. Chi incontrava Gesù invece provava i colori dell’emozione, dell’attrazione, dell’umanità comune. In che modo tenerli accesi, come singoli e come comunità?

All’inizio della Messa per un gruppo parrocchiale di famiglie, domenica scorsa a Trento, il celebrante ha invitato i presenti a scambiare con la persona vicina un motivo di pentimento o di ringraziamento al Signore. Pur nell’imbarazzo della sorpresa, quel tempo di due minuti è piaciuto (poi l’hanno ammesso pure i giovani sul sagrato) e ha valorizzato la formula penitenziale spesso recitata meccanicamente: Signore pietà/Cristo pietà/Signore pietà.
Nella verifica di fine anno pastorale, appesantita dalla stanchezza e dall’afa, proviamo a cogliere anche i segnali inediti, le innovazioni rivitalizzanti. Diciamoci quanto funziona bene, diamoci coraggio per togliere quella cappa che fa da spegnitoio sullo Spirito di Pentecoste: la fredda ripetitività.
Quanto essa sia un pericolo per l’annuncio gioioso del Vangelo è descritto con leggerezza in un libriccino appena uscito per Bompiani, che prende ad esempio lo scambio del segno di pace. “Tu ti giri e allunghi la mano verso la minuta signora anziana al tuo fianco; lei fa la stessa cosa e mentre dice “lapascc”, o anche solo “ascc”, non stringe la tua mano ma la sfiora con diffidenza e ti guarda dritto sotto il pomo d’Adamo. L’operazione dura circa due secondi e mezzo. I più motivati si voltano anche verso chi è seduto dietro. Scambio della pace finito, la Messa continua. Quell’anziana signora non la rivedrai mai più”.
Commenta l’autore, il parrocchiano Alberto Porro: “Il pericolo è pensare che quei due secondi e mezzo ti abbiano riconciliato con tutta una comunità che in realtà nemmeno conosci. In un piccolo gesto dovrebbe esplodere la fraternità di persone amiche nel senso evangelico, fratelli e sorelle che ti aiutano a portare i tuoi pesi. Un gesto è il segno di qualcosa che però non c’è (Catechismo Chiesa Cattolica 1145). E la riprova è che finita la Messa te ne esci di corsa per andare a informare l’arrosto e altri fanno lo stesso. Il precetto è assolto. Buon appetito a tutti”.
In questo pamphlet, ben recensito su Avvenire, c’è molta autoironia, tanto Concilio Vaticano II e altrettanto anticlericalismo, con una spruzzata di sano umorismo, ingrediente raro. Sotto il titolo paradossale (Come sopravvivere alla Chiesa cattolica e non perdere la fede), il libretto offre idee fresche (vissute da Porro nella sua comunità di accoglienza) per ravvivare la parrocchia con entusiasmo e fantasia.
“Prima di dire ‘La pace sia con te’, prendete la mano della vecchietta e tenetela ben stretta – scrive Alberto nei suoi consigli ‘tattici’ –. Non mollate la presa e iniziate a fare domande. Come si chiama, signora? Dove abita? Suo marito non c’è? Io abito qui vicino e questa è mia moglie Pippa. Abbiamo cinque figli ma non riusciamo più a portarli a messa. Lei ha figli? E oggi cosa cucina di buono? Alla fine chiudete con la formula magica, completa e arricchita: ‘La pace sia con te, e buona domenica!’. Magari le prime volte vi prenderanno per matti e si passeranno la voce per non sedersi accanto a voi: poi però piano piano la faccenda dilagherà e vedrete gente che si ferma a chiacchierare, mostra le foto dei figli e si passa la ricetta dell’arrosto… Sentire insieme, trovarsi bene con un altro essere umano, anche se basso e anziano. In una parola, essere comunità. Forse chi si è inventato il gesto dello scambio della pace a messa voleva proprio questo”.
La ripetitività, che si ricicla noiosamente alla domenica in tante prediche purtroppo astratte o che si replica in generici appelli a fare offerte per la Chiesa, non sfinisce solo in ambito liturgico. Anche nei calendari pastorali, quando la regola dell’“abbiamo sempre fatto così” spegne perfino l’entusiasmo del consigliere appena sbarcato da fuori rione.
La ripetitività è amica di una certa comodità, garantisce sicurezza, evita (forse) passi falsi; è certamente nemica della forza rigeneratrice del Vangelo e dello Spirito che – ce lo diciamo in questa Pentecoste – “fa nuove tutte le cose”. “Vietato lamentarsi” sta scritto sul cartello più amato da Papa Francesco e contro la fredda consuetudine forse dovremo ricorrere alle tattiche suggerite da Porro. Ad esempio, se il corso per fidanzati è stato un noioso monologo del parroco, perché non tenere i contatti con le altre coppie e proporre di rivedersi e organizzare un altro pranzo di nozze con tutti gli sposi novelli. Oppure, celebrato il battesimo, se la parrocchia non vi contatta più fino in seconda elementare, perché non rivedersi invece con gli altri genitori a raccontarsi l’educazione alla fede in fascia 0-6 anni? Se la messa domenicale non dice più nulla ai figli adolescenti, perché non parlarne con i loro animatori e trovare occasioni più coinvolgenti, che facciano vibrare il cuore?
Ecco, la ripetitività è di colore grigio spento. Chi incontrava Gesù invece provava i colori dell’emozione, dell’attrazione, dell’umanità comune. In che modo tenerli accesi, come singoli e come comunità?

(*) direttore “Vita Trentina” (Trento)

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