Il complesso “mestiere” di sindaco

Il programma ideale di un’amministrazione si scontra con una realtà che deve fare i conti con le risorse sempre scarse, con meccanismi amministrativi complessi ma necessari che vanno conosciuti prima che giudicati. Il “detto, fatto”, nella pubblica amministrazione non esiste. Chi lo promette o è incosciente o è baro

Domenica 26 maggio andremo alle urne per eleggere un nuovo parlamento europeo, un nuovo presidente e consiglio regionale e, in 179 dei 247 Comuni della provincia di Cuneo, un nuovo sindaco e consiglio comunale.
Fare il politico oggi significa esporsi come mai in passato ad ogni genere di critiche, contestazioni, insulti. Chi si candida, in qualunque partito, viene etichettato come uomo/donna di parte, mosso da interessi privati (fare affari per sé e per i propri sostenitori servendosi della politica), da obiettivi ideologici (imporre una certa visione del mondo, della giustizia, dell’economia, della morale) o da ambizioni di potere fine a se stesse.
Da sempre, politica e affari inevitabilmente si accompagnano. Tanto confliggono tanto si cercano. Quando il rapporto non avviene alla luce del sole, l’intreccio è devastante. Come raccontano le cronache.
Ma la politica non è sempre così. Non è tutta così. C’è un fare politica che è servizio autentico al bene comune. Là dove accoglie e si fa carico di bisogni, sofferenze, richieste e proposte che provengono dall’interno delle comunità e risponde con progetti di tutela dei più deboli, di inclusione e di crescita sociale, economica, culturale, umana. Lo verifichiamo ogni giorno nei nostri Comuni piccoli e grandi.
Ci vuole malafede per non vedere e riconoscere questo bene che c’è e cresce. Seppure con errori, qualche scelta sbagliata o, talvolta, il prevalere di interessi di parte.
I volti dei sindaci e degli amministratori che conosciamo e incontriamo, e al cui operare diamo spazio ogni settimana sul nostro giornale, sono impastati di concretezza e di impegno quotidiano. Non manifestano grandi differenze nei tratti e nei modi di lavorare. Le loro storie sono diverse, le appartenenze partitiche anche distanti, ma in tutti o quasi si riscontra un minimo comun denominatore di competenze, buon senso, passione e attaccamento alla propria comunità. Incontrarli, capire che cosa li muove, li preoccupa e li gratifica, che cosa propongono per migliorare la vita delle loro (nostre) comunità, genera un confronto costruttivo per loro e per noi, se per noi la comunità ma anche luogo di partecipazione e condivisione. A maggior ragione incontrare i nuovi candidati che hanno la disponibilità e il coraggio di proporsi nei vari comuni, in continuità o in opposizione a chi li ha preceduti è di secondaria importanza, è utile a cogliere e a far emergere il “nuovo” che fermenta, chiede spazio e rappresentanza.
A questo serve la campagna elettorale che con dibattiti e confronti entrerà nel vivo dai prossimi giorni. Occasione buona per risvegliare in noi il senso civico, l’amore per il Paese, che a dispetto di un crescente qualunquismo parolaio (cui fa spesso da amplificatore l’uso incattivito dei social network), non è affatto scomparso. Come testimonia il gran numero di gruppi, associazioni, attività che animano anche le più piccole comunità. La formazione delle liste, ormai in chiusura, e il voto amministrativo che seguirà, portano alla luce il tessuto ricco che dà forma e qualità alla vita nei paesi. Liste, persone, giovani e anziani, idee, programmi, incontri, confronti nelle prossime settimane daranno contezza che la vita della comunità sta a cuore a molti più cittadini di quelli che immaginiamo.
Confrontarsi con vecchi amministratori e nuovi candidati, è un compito di realtà sempre istruttivo. Perché a nessuno possiamo dare una delega in bianco. Perché ci farà comprendere che nessuno di loro è un superuomo. Ogni istituzione ha possibilità e limiti. Il programma ideale di un’amministrazione si scontra con una realtà che deve fare i conti con le risorse sempre scarse, con meccanismi amministrativi complessi ma necessari che vanno conosciuti prima che giudicati. Il “detto, fatto”, nella pubblica amministrazione non esiste. Chi lo promette o è incosciente o è baro. Ogni scelta, ogni decisione deve rispettare regole e deve passare attraverso il confronto. Non può essere imposto. Un percorso che esige pazienza, umiltà dei piccoli passi, creatività per soluzioni intelligenti e lecite. E poi il lavoro di squadra tra amministratori, tecnici e cittadini è l’unica modalità di gestione che paga nei risultati e che fa di un governo del Comune un buon governo. Superando quelle divisioni, alimentate da invidie, dispetti, contenziosi feroci anche per banalità, che sono diventate il vero flagello che rischia di soffocare tante realtà locali.
Il sindaco gode di una vicinanza unica con i cittadini. La gente lo cerca, parla con lui. Con lui si sente sempre in diritto, da lui si attende risposta per ogni tipo di problema. Al sindaco viene imputata la responsabilità di tutto ciò che accade. Il suo diventa spesso un impegno a tempo pieno, forse non nell’orario ma certo sul piano psicologico. A fronte di una retribuzione economica quasi sempre minima a cui alcuni rinunciano per riversarlo direttamente o indirettamente nelle sempre più povere casse comunali.
Chiunque si fa disponibile ad amministrare va misurato, giudicato e incalzato sulle idee e sui progetti che presenta. Ma va anche sostenuto e rispettato. Le critiche costruttive vanno ascoltate. I molestatori nei social, i produttori di fake news che in campagna elettorale proliferano come i funghi, andrebbero ignorati e isolati dalle comunità stesse. Perché una buona e corretta comunicazione è fondamento irrinunciabile per qualsiasi sana relazione umana e politica, anche in una piccola o grande comunità dove si incontrano e si scontrano idee, fedi politiche e progettualità più diverse.

(*) direttore “La Guida” (Cuneo)

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