Governare, litigare e crescere nei consensi

Meraviglia, come di fronte a tanta confusione, il governo non solo rimanga in piedi - sicuramente lo sarà fino alle prossime elezioni europee - ma riesca a crescere nei consensi. Evidentemente la propaganda, finora, è stata più suadente di ogni forma di ragionamento!

foto SIR/Marco Calvarese

Le recenti notizie sull’andamento negativo della nostra economia hanno fatto riemergere l’esigenza di una nuova classe politica in grado di guidare il Paese con competenza, esperienza amministrativa, onestà intellettuale e morale. Si torna a invocare quelle scuole di formazione alla gestione della cosa pubblica, capaci di coinvolgere uomini di buona volontà. Così come auspicava Sturzo con il suo appello, lanciato esattamente cento anni fa, “A tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini superiori della Patria, senza pregiudizi né preconcetti”. La classe politica, che ha sostituito quella bocciata il 4 marzo dello scorso anno, non sembra stia dando quella spinta innovativa che era nelle aspettative di molti. Le ambizioni di cambiamento, reclamizzate fino alla nausea, cominciano a cadere una dopo l’altra, mentre le procedure utilizzate, fin qui, ricalcano i riti del passato. Come allora, anche oggi si parla di miracolo economico e di sconfitta della povertà; anche oggi, come ieri, si privilegiano gli interventi assistenziali, rispetto a progetti di sviluppo che guardano soprattutto alle future generazioni. Come ai tempi di Berlusconi, anche oggi si parla di un milione di posti di lavoro. La combinazione di due forze minoritarie – né la Lega, né i Cinque stelle, da soli, hanno i voti per governare – incompatibili tra loro per riferimenti culturali e territoriali, si è caratterizzata, fin qui, oltre che per i tentennamenti e la confusione nelle scelte, anche per una larga dose di aggressività nei confronti di ogni interlocutore, sia interno che internazionale. “Sono sempre alla ricerca di un nemico”, ha affermato recentemente Enrico Letta, statista, ex presidente del Consiglio e uomo di punta del Partito democratico. Una volta il nemico è l’Europa, un’altra i governi precedenti, un’altra ancora gli immigrati e intanto le cose in Italia continuano ad andare male. L’ultimo rapporto dell’Istituto nazionale di statistica (Istat) parla di “recessione tecnica”. A significare che, negli ultimi due trimestri del 2018, il prodotto interno lordo (Pil) – la produttività del Paese e la sua capacità di produrre ricchezza – anziché crescere, è diminuito (-0,2%). Niente di nuovo: si sta verificando quanto previsto dalla maggior parte degli economisti con riferimento alle misure economiche prese dal governo Conte. Lungi dal fare una riflessione critica sulle scelte operate, gli esponenti del governo, anche di fronte all’evidenza, guardano prima di tutto alle responsabilità degli altri: “Chi era al governo prima di noi ha mentito”, ha dichiarato Di Maio. L’Italia non ha bisogno di annunci e di lamentele infantili, ma di scelte chiare, sostenibili e lungimiranti. Di fronte a due visioni di Paese diametralmente opposte, è inevitabile che i conflitti prevalgano sulle decisioni. Sulle grandi opere – la Tav, le trivellazioni, etc – la Lega spinge per realizzarle, i Cinque stelle per bloccarle. Sull’immigrazione, la Lega è per i respingimenti, i Cinque stelle pendono per soluzioni più umanitarie. Intanto, per non irritare l’alleato di governo, i grillini sono costretti a subire le politiche restrittive di Salvini. E per il medesimo motivo, i Cinque stelle, molto probabilmente, saranno costretti a rinnegare la loro storica posizione – votare sì a ogni autorizzazione a procedere – quando dovranno pronunciarsi sulla richiesta dei giudici, avanzata nei confronti di Salvini, per il caso della nave Diciotti. E, ancora, sulla chiusura domenicale dei negozi; sull’autonomia delle regioni del Nord e su tanti altri problemi, non c’è questione sulla quale le due forze di governo abbiano una visione comune. Si va avanti per compromessi. Così i negozi non rimarranno né chiusi, né aperti per tutte le domeniche dell’anno; ma su 52 domeniche per 26 rimarranno aperti e per le altre 26 chiusi. Stessa situazione per le questioni internazionali – la crisi in Venezuela e l’impegno militare dell’Italia in Afghanistan – ognuno per la sua strada. Non si decide, non ci si schiera, mentre si pretende rispetto da parte degli alleati europei. Meraviglia, come di fronte a tanta confusione, il governo non solo rimanga in piedi – sicuramente lo sarà fino alle prossime elezioni europee – ma riesca a crescere nei consensi. Evidentemente la propaganda, finora, è stata più suadente di ogni forma di ragionamento!

(*) direttore de “La Vita diocesana” (Noto)

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