Un Nobel per due contro lo stupro

Sono la curda Nadia Murad e il congolese Denis Mukwege. Lei, classe 1993, è una ragazza yazida. Lui, classe 1955, è un medico ginecologo. Li lega l’impegno contro la violenza sulle donne. È nel nome di questa che, il 10 dicembre, ricevono a Oslo il premio Nobel per la pace. Sono entrambi testimoni di una pratica terribile: lo stupro come arma di guerra.

Li accomuna la violenza sulle donne: una l’ha atrocemente subita, l’altro tenacemente curata. Sono la curda Nadia Murad e il congolese Denis Mukwege.
Lei, classe 1993, è una ragazza yazida. Viveva con la sua famiglia di undici fratelli e tanti fratellastri in Iraq, quando, nell’agosto 2014, i guerriglieri dell’Isis hanno assalito e sterminato il suo villaggio. In un solo giorno Nadia ha perso diciotto familiari: la madre, sei fratelli, quattro fratellastri con le mogli e i nipotini. Il peggio doveva ancora capitare.
Lui, classe 1955, è un medico ginecologo. In Congo ha vissuto vent’anni di guerra civile, ufficialmente finita, ma protratta in continui scontri tra bande armate per il controllo delle miniere.
Li lega l’impegno contro la violenza sulle donne. È nel nome di questa che, il 10 dicembre, ricevono a Oslo il premio Nobel per la pace. Sono entrambi testimoni di una pratica terribile: lo stupro come arma di guerra.
Lo sa Denis Mukewge: “Il medico che ripara le donne”. In 40 anni ne ha curate 40mila: stuprate e devastate dalla furia dei guerriglieri. Ci sono ferite solo parzialmente recuperabili e non solo in senso psicologico. Anche i corpi mantengono lesioni tali che la vita non ritorna normale. Capita che interi villaggi siano assaliti dalle bande: donne, ragazze e bambine vengono violentate. A volte lì, davanti agli altri attoniti; altre volte portate in foresta, usate fino a che possono esserlo e abbandonate. Se anche vengono aiutate a guarire, il villaggio non le vuole più: indegne.
Non è andata meglio a Nadia: una delle oltre 5mila donne yazide che tra il 2014-2015 sono state rapite, violentate e vendute più volte come sabaya, schiave sessuali pro miliziani Isis.
Lo stupro è un’arma di guerra mai abbandonata. Negli anni ‘90 l’Africa ne è stata ricco teatro: in Ruanda (tra le 100 e 250mila donne), Sierra Leone (60mila), Liberia (40mila). Nell’ex Zaire nel 2015 si sono registrate 15mila violenze sessuali: una ogni mezz’ora. L’Europa non ne è esente: tra il 1992-93 nella ex Yugolsavia 200mila donne sono state marchiate dallo stupro etnico.
Oggi lo fanno i militanti dello Stato Islamico. Vittime privilegiate: le donne yazide. Ritenute infedeli, violarle non è peccato. Non sono persone ma cose: da usare fino a che non si rompono.
La storia di Nadia è dura anche solo da leggere (ha scritto “L’ultima ragazza”). Non si è uccisa perché portava nel cuore le parole della madre, fedele a un dio che non abbandona.
Un giorno, incredula lei stessa, è riuscita a scappare all’ennesimo aguzzino: un anno in un campo profughi in Iraq, poi la Germania dove, aiutata da un’associazione dedita alle vittime dell’Isis, ha trovato la forza di raccontare. Lo ha fatto anche alle Nazioni Unite. Si è scelta come avvocato – bussando alla sua porta, ricca solo di disperazione – Amal Ranzi Alamuddin in Clooney. Oggi gira il mondo per denunciare le violenze inferte dall’Isis agli yazidi.
Anche il medico congolese non si è fatto zittire: sopravvissuto a un attentato, ha accusato il governo congolese di non fare abbastanza per fermare quello che lui definisce un “genocidio sessuale”.
Saranno in due a ritirare il Nobel. Ma dietro avranno schiere invisibili di donne, ragazze e bambine, morte nel corpo, nel cuore e nell’anima, per colpa di uomini che si sono trasformati in arma.

(*) direttrice “Il Popolo” (Concordia-Pordenone)

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