Il contratto come paravento

Quando Salvini e Di Maio non sanno come uscire dalle situazioni imbarazzanti in cui vengono a trovarsi - grandi opere, decreto sicurezza, prescrizione, condono, minaccia di sanzioni da parte dell’Europa - fanno puntualmente ricorso al “contratto di governo”. Col risultato che i dissidi vengono, momentaneamente, sedati, mentre i problemi rimangono irrisolti. Siamo di fronte a una coalizione in continua ricerca di alibi per giustificare le difficoltà che incontra: una volta la colpa è dell’Europa, un’altra dei giornalisti, un’altra ancora dei burocrati. E quando non sanno con chi prendersela, scaricano le responsabilità sui governi precedenti

Che la maggioranza di governo si muova fra tante difficoltà è sotto gli occhi di tutti; che non faccia nulla per togliersi dai guai è altrettanto evidente. Non c’è questione, dalla più semplice alla più complessa, che non veda i due partiti di maggioranza, Lega e Cinquestelle, in posizioni contrapposte. In più, a guastare la festa, interviene, spesso, il presidente della Camera, l’onorevole Roberto Fico, rappresentante dell’ala più ortodossa dei Cinquestelle, il quale è solito far sentire forte la sua voce contro tutti quei provvedimenti della Lega orientati a mostrare i muscoli contro i più emarginati. “Roberto Fico – titolavano qualche giorno fa i giornali – dice no al decreto sicurezza e sì al global compact”, il documento dell’Onu sulle immigrazioni. Due punti fermi per Salvini per mostrare la sua intolleranza nei confronti degli immigrati. Cionondimeno, l’intesa fra Salvini e Di Maio, rimane solida, in particolare su taluni punti: avversione nei confronti della comunità europea, dei burocrati e dei giornalisti e difesa ad oltranza del famoso “contratto di governo”.

Quando, infatti, Salvini e Di Maio non sanno come uscire dalle situazioni imbarazzanti in cui vengono a trovarsi – grandi opere, decreto sicurezza, prescrizione, condono, minaccia di sanzioni da parte dell’Europa – fanno puntualmente ricorso al “contratto di governo”. Col risultato che i dissidi vengono, momentaneamente, sedati, mentre i problemi rimangono irrisolti. Siamo di fronte a una coalizione in continua ricerca di alibi per giustificare le difficoltà che incontra: una volta la colpa è dell’Europa, un’altra dei giornalisti, un’altra ancora dei burocrati. E quando non sanno con chi prendersela, scaricano le responsabilità sui governi precedenti.

È accaduto in occasione della recente pubblicazione da parte dell’Istat, l’Istituto centrale di statistica, dei dati sull’andamento dell’economia nel terzo trimestre di quest’anno: per la prima volta dal 2014 si è registrato un calo dei consumi, degli investimenti , dell’occupazione e del Pil, il prodotto interno lordo. Anziché ammettere le loro responsabilità per il clima di sfiducia fin qui generato, trovano più comodo scaricare tutto sui governi del passato. Segno evidente della confusione, approssimazione e indecisione che, a parere di molti, caratterizza questa maggioranza di governo. Così che, mentre si fatica a fare emergere il nuovo, si distrugge anche quello che di buono già esiste. Ne è un esempio, tra i tanti, il decreto sicurezza voluto da Salvini e mal digerito dai Cinquestelle, volto a eliminare, nei fatti, i tanti luoghi di accoglienza per immigrati in attesa di regolarizzazione e di interrompere i molti tentativi di integrazione (Riace su tutti). La pretesa di agire in nome di tutto il popolo italiano – è bene ricordare che nessuno ha vinto le elezioni – e l’ostinazione nel pretendere di realizzare, a tutti i costi, il contratto di governo – non un programma, ma la somma di due programmi distinti – sta mettendo in grave difficoltà il Paese.

In presenza di una manovra di bilancio orientata tutta sul versante della spesa – pensioni e reddito di cittadinanza in testa – che lascia pochi spiccioli agli investimenti, non sorprende l’allarme manifestato dagli operatori economici e la minaccia di sanzioni formulata dalla commissione europea. “Senza finanze pubbliche solide – ha affermato Mattarella – risulta impossibile tutelare i diritti sociali”. Un ulteriore richiamo per indurre il governo a non interrompere il dialogo con gli organismi europei e a rivedere la struttura della manovra economica. Un invito raccolto, provvidenzialmente, dal presidente del Consiglio e dal ministro Tria e che si auspica possa condurre a una inversione di tendenza. Rivedere i propri comportamenti, non è un segno di debolezza o un fare “marcia indietro”, ma, al contrario, un atto di responsabilità.

L’auspicio è che entro il 31 dicembre si arrivi a approvare una manovra che contemperi le aspettative dei cittadini con la situazione economica del Paese. Ciò costituirebbe un gesto di intelligenza politica, capace di generare fiducia nei mercati e nelle forze produttive nazionali e internazionali. Di fronte al bene comune non c’è contratto che tenga; c’è il buon senso e il rispetto delle regole.

(*) direttore “La Vita Diocesana” (Noto)

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