Insieme ai nostri preti

Fatti traumatici come la morte di don Gianantonio Allegri di soli sessant’anni, già provato nel fisico e nello spirito con il rapimento in Camerun quattro anni fa, ci possono scuotere e aprire gli occhi. Ci ricorda che nella nostra Chiesa diocesana, italiana e universale ci sono tanti preti che sanno essere esempio e indicare agli altri Gesù il Risorto, che è poi il compito che dovrebbe essere anche di ogni credente.

Don Gianantonio Allegri

Essere preti oggi non è facile. I grandi cambiamenti che stanno attraversando anche la nostra Chiesa, le accuse di pedofilia al clero, la diffusione di dossier al veleno indirizzati contro il Papa, il comportamento scandaloso di alcuni alti prelati: tutto questo non facilita certo il cammino a chi ha scelto questa vocazione.
È alla luce di un quadro simile, complicato e capace di disorientare non pochi fedeli, che diventano preziose le testimonianze come quella di don Gianantonio Allegri e che si scoprono alla fine del suo “viaggio” concluso nell’abbraccio eterno del Padre.
Oggi, spesso, siamo immersi nel frastuono e nella confusione, non poche volte, creati ad arte. Il frastuono e la confusione fanno perdere l’ordine delle cose, la direzione di marcia, la capacità di distinguere i problemi, di riconoscere le priorità. Tutto diventa indistinto, la generalizzazione molto probabile e, così, la barca di Pietro viene messa alla prova.
Ecco allora che fatti traumatici, come la morte di questo prete di soli sessant’anni, già provato nel fisico e nello spirito con il rapimento in Camerun quattro anni fa, che la settimana scorsa ha raggiunto la Casa del padre, ci possono scuotere e aprire gli occhi.
Ci ricorda che nella nostra Chiesa diocesana, italiana e universale ci sono tanti preti che sanno essere esempio e indicare agli altri Gesù il Risorto, che è poi il compito che dovrebbe essere anche di ogni credente. Preti che si spendono per annunciare il Risorto, ponendosi accanto, senza clamori ma con dedizione, a chi è più fragile, a chi soffre, a chi è solo.
Certo ci sono anche i corrotti e corruttori che hanno commesso reati e peccati gravissimi. Ma guai se tutto questo ci facesse dimenticare i presbiteri giovani e anziani che quotidianamente confermano il proprio servizio al Signore e alla Chiesa.
Oggi al prete è chiesto di ridefinire la propria identità, il proprio ruolo, il proprio rapporto con laici e consacrati. Tutto questo avviene in un tempo che gli si chiede sempre di più a fronte di risorse sempre più ridotte.
In questi giorni di dolore per la perdita terrena di un altro prete diocesano, ho sentito più di qualcuno affermare: “Dobbiamo ringraziare il Signore per i nostri preti e dobbiamo stare loro vicini”. “Non devono sentirsi soli ad affrontare queste sfide, ma devono sentirsi supportati e accompagnati”.
Certo, poi ciascuno è più o meno facile, con più o meno doti, sa più o meno farsi vicino. Come ciascuno di noi, peraltro. Non lasciamo dunque soli i nostri “don”, facciamo sentire loro la nostra stima e affetto. Così il cammino sarà meno faticoso e più gioioso. Per loro. Per noi. Per la Chiesa. Lo dobbiamo anche a don Gianantonio e ai tanti preti che lo hanno preceduto nella Casa del Padre.

(*) direttore “La Voce dei Berici” (Vicenza)

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