Parco Verde di Caivano: una banlieue desolata dove il silenzio ha coperto il crimine più infame

Nato dopo il terremoto, questo come altri quartieri di Napoli, non offrono a bambini e adolescenti spazi verdi e alternative per l’impiego del tempo libero. Per Giacomo Di Gennaro, professore di Sociologia generale all'Università Federico II di Napoli, in questi contesti periferici il degrado non è solo urbano, ma è una condizione criminogena

Orrore e sdegno sono i sentimenti causati dalla morte della piccola Fortuna e dalle violenze subite anche da altre piccole vittime nel Parco Verde di Caivano. Com’è possibile che nessuno se ne sia accorto? Com’è possibile un muro di omertà così resistente? Queste domande le abbiamo poste a Giacomo Di Gennaro, professore di Sociologia generale all’Università Federico II di Napoli – Dipartimento di Scienze politiche.

Professore, perché le voci delle piccole vittime sono restate finora inascoltate e perché solo i bambini hanno spezzato il silenzio che circondava questi delitti?

Purtroppo fa parte di quel muro di omertà che caratterizza molte periferie della città di Napoli e della provincia. Queste banlieue italiane sono nate all’indomani del terremoto del 1980 e si portano dietro tante contraddizioni: come il Parco Verde di Caivano, sono luoghi desolati. Non ci sono spazi verdi per ragazzi e alternative per l’impiego del tempo libero. I processi normali di crescita che interessano l’infanzia e l’adolescenza non ci sono.

In più si aggiunge una subcultura omertosa dove il silenzio deve coprire tutto.

Non è un caso che i bambini abbiano parlato e gli adulti no.

Questo significa che tutti gli adulti sono stati complici?

Stiamo parlando di relazioni tra parenti e persone tra le quali le piccole vittime sono cresciute. Queste reti piuttosto che essere di protezione diventano un deserto di sentimenti. È trapelato addirittura che questi bambini venivano giocati a carte come pegni umani da qualche pedofilo per poter accedere a prestiti. Parliamo, infatti, di persone che non hanno condizioni di lavoro stabili. Non mi meraviglierei perciò se venisse fuori anche un giro di usura di vicinato. Ci troviamo di fronte a un silenzio omertoso che è parte della cultura di queste realtà: a Parco Verde di Caivano, come a Scampia, Rione Traiano, Forcella, Rione Sanità non c’è stato un serio intervento di bonifica sociale. A Napoli da venti- trent’anni non si fanno più interventi programmati di welfare sociale. Eppure, qui dove il degrado non è solo urbano, ma è una condizione criminogena, c’è bisogno che generazioni di bambini siano accompagnate verso l’inclusione sociale in una maniera forte attraverso la scuola sin dall’asilo. In Prefettura nei giorni scorsi c’è stato un comitato per la sicurezza e degli impegni sono stati presi, ma ci muoviamo sempre sull’onda dell’emergenza.

Occorrono, piuttosto, interventi strutturali.

Come si fa in concreto a intervenire in situazioni come questa?

Già in un saggio che ho scritto alla fine degli anni ’90 dicevo che se non si interviene con politiche serie di inclusione di questi minori ci saremmo ritrovati, vent’anni dopo, una nuova generazione di camorristi. Ed è esattamente quello che è avvenuto: oggi parliamo di baby gang e di “paranza” dei giovani. Cosa è stato fatto in questi anni in termini di investimento in scuola, formazione, occupazione? Il problema è che non ci sono quadri politici adeguati che facciano proprie queste considerazioni e le traducano in politiche costanti di interventi.

Quali sono i segnali per capire che i bambini sono vittime dell’orco vicino di casa, anche se forse, nel caso di Caivano, tutti sapevano ma tacevano?

Purtroppo qui è stato così. Dalle indagini è emerso che ci sono stati altri casi di violenza sessuale su minori sempre nello stesso contesto. Stiamo parlando di una rete di pedofili. È in questa realtà che la piccola Fortuna è stata violentata e ha perso la vita e probabilmente è la stessa sorte capitata al piccolo Antonio Giglio.

Allora, se si deve escludere il cerchio della famiglia e dei vicini, in qualche modo coinvolti, non ci sarebbero dovuti essere altri adulti che avrebbero potuto cogliere in qualche modo il disagio, ad esempio gli insegnanti?

Non abbiamo scuole in cui ci siano figure adeguate professionalmente, capaci di intercettare tali fenomeni. Non si può chiedere agli insegnanti di interpretare un disegno e su questo costruire chissà cosa, servono esperti. Su questo fronte abbiamo l’assenza più totale delle articolazioni dello Stato e degli enti locali.

La fotografia che emerge di Parco Verde fa nascere la tentazione di pensare che sia un quartiere senza speranza. È così? I media quasi demonizzano quel luogo, mentre il parroco, don Maurizio Patriciello, dice che ci sono anche brave persone…

La posizione di don Patriciello è molto realistica. La stigmatizzazione non solo fa male, ma semplifica la questione. Il problema è che in queste realtà si insediano facilmente processi pericolosi. Se lo Stato interviene solo in condizione di emergenza, di che parliamo? C’è da fare un’operazione contraria: aprire un commissariato, tenere sotto osservazione costante il territorio, ma anche offrire tutta una serie di alternative per la crescita sana di bambini, adolescenti, giovani. Ci troviamo di fronte a generazioni che, non avendo punti di riferimento più sani, come parrocchie, associazioni, gruppi sportivi, quando scendono per strada sono abbandonate a se stesse. Tra l’altro, in queste zone ci sono piazze di spaccio di droga.

In una situazione del genere anche la Chiesa ha qualcosa da rimproverarsi?

La Chiesa ha le sue responsabilità quando non riesce a penetrare i muri di omertà, quando non riesce con la sua pastorale a saper trasmettere il valore dell’educazione, quando non dà il senso del peccato nella quotidianità dei piccoli atti e a maggior ragione in questi così gravi. Indubbiamente, c’è un limite all’intervento della Chiesa per la riduzione dei suoi sacerdoti. Per questo, le rimprovero un basso coinvolgimento dei laici da individuare tra persone responsabili, formate, competenti.

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