Ecumenismo: Nuzzolese (valdese) al Sae, “il futuro della Chiesa dipenderà sempre più dalla qualità della sua presenza nel mondo”

(Foto Laura Caffagnini per il Sae)

Quali creatività pastorali per la Chiesa che nasce dal grembo della secolarizzazione? Sono stati invitati a rispondere questa domanda, durante la sessione di formazione ecumenica del Sae al Monastero di Camaldoli che si è svolta la settimana scorsa, la teologa battista Francesca Debora Nuzzolese, docente di Teologia pratica alla Facoltà valdese di Teologia, e mons. Riccardo Battocchio, vescovo di Vittorio Veneto, presidente dell’Associazione teologica italiana (Ati), come si legge in una nota inviata ieri sera dal Sae.
Per Nuzzolese, il confronto con la secolarizzazione “ci chiama a riappropriarci del nostro corpo ecclesiale, a riconoscerci, collaborare ed esprimere la nostra identità distintivamente cristiana, come parti essenziali di un Corpo, che non ha timore di andare e restare nelle crepe della vita, negli spazi che altri e altre cercano di evitare”. Secondo la teologa valdese, la società odierna non è solo secolarizzata, ma profondamente traumatizzata. “Guerre, migrazioni forzate, violenza domestica, abuso, polarizzazione politica, precarietà economica, solitudine, ansia e depressione costituiscono sempre più il tessuto ordinario dell’esperienza umana. La domanda è quale tipo di presenza la Chiesa saprà offrire, sapendo che anche noi, come ministri e come comunità, apparteniamo allo stesso mondo ferito, siamo segnati dalla stessa esposizione alla violenza, all’incertezza e alla frammentazione che caratterizzano il nostro tempo”.
La fede offre risorse straordinarie per attraversarla, riconosce la teologa, ma se il trauma rimane inconsapevole, anche le comunità cristiane finiscono per reagire secondo le logiche della sopravvivenza anziché del Vangelo: “Ci irrigidiamo per proteggerci. Diventiamo sospettosi verso ciò che è nuovo, reattivi di fronte al conflitto, incapaci di ascoltare senza sentirci minacciati. Confondiamo la sicurezza con la fedeltà, la ripetizione con la tradizione, il mantenimento dell’ordine con la pace. Le nostre comunità incorporano le ferite che hanno attraversato, i conflitti mai elaborati, gli abusi non riconosciuti, ma anche le possibilità di guarigione”.
Nuzzolese ritiene che la Chiesa non possa proporsi come luogo di guarigione senza riconoscere le proprie ferite. “Le nostre comunità non sono state soltanto luoghi di consolazione, ma anche luoghi di esclusione, di abuso spirituale, di silenzi complici e di esercizio irresponsabile del potere. Per questo la prima vocazione terapeutica della Chiesa è rivolta verso sé stessa, verso le vittime che siedono ancora invisibili nelle nostre assemblee. Verso coloro che se ne sono andati. Verso i ministri e le ministre che hanno consumato la propria vita nella cura senza essere, a loro volta, accompagnati e custoditi. La guarigione ecclesiale richiede verità, riparazione, responsabilità reciproca, supervisione, formazione continua e una cultura della cura che attraversi l’intera vita comunitaria”.
Se il ministero consiste nell’accompagnare persone e comunità dentro la complessità della vita, ha concluso, “la formazione non può limitarsi all’acquisizione di competenze disciplinari. Deve formare persone capaci di ascolto, discernimento, maturità emotiva e spirituale, consapevolezza dei propri limiti e delle dinamiche relazionali che attraversano ogni pratica di cura. Non possiamo continuare a preparare persone alla cura senza offrire strumenti sistematici per la cura di sé. In definitiva, il futuro della Chiesa dipenderà sempre meno dall’efficienza delle sue strutture e sempre più dalla qualità della sua presenza nel mondo”.

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