“Ogni anno, in questo periodo, siamo invitati a imprimere nuovamente nei nostri cuori i ricordi del passato, a guardare al mondo presente e a riflettere sulle nostre responsabilità per il futuro. Ancora una volta, ricordiamo le tante persone che sono morte o rimaste ferite in guerra, così come l’ambiente naturale distrutto, e preghiamo per la realizzazione della pace”. Inizia così il messaggio che il cardinale Isao Tarcisio Kikuchi, Presidente della Conferenza episcopale giapponese, ha scritto in occasione dell’81° anniversario della fine della guerra, e per l’inizio dei “Dieci Giorni di Preghiera per la Pace”, incentrati sull’anniversario dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki.
A Hiroshima, nel 1981, Papa Giovanni Paolo II dichiarò che “la guerra è opera dell’uomo”. “Ora stiamo assistendo a come queste “opere umane” imperversino in tutto il mondo”, osserva il cardinale. “Guerre e conflitti si stanno diffondendo in tutto il mondo, compresi Ucraina, Sudan, Myanmar e Medio Oriente, inclusa Gaza. Su questi campi di battaglia, ogni persona ferita o che perde violentemente la vita è un essere umano come noi, creato a immagine di Dio. Ancora più grave è che tale violenza venga giustificata come ‘inevitabile’, ignorando principi universali come il diritto internazionale umanitario e la dignità umana. Il quadro del multilateralismo è profondamente scosso. Dove è finito il giuramento dell’umanità “mai più”, nato come grido dagli orrori delle guerre passate?”.
Il presidente dei vescovi osserva come anche il Giappone sta attraversando “cambiamenti significativi” e tra questi cita la nuova interpretazione dell’articolo 9 della Costituzione che consente “l’esercizio dell’autodifesa collettiva con alcune restrizioni”, l’aumento della spesa per la sicurezza, “il dispiegamento di missili a lungo raggio per la loro capacità di contrattacco” come pure “il dispiegamento delle Forze di Autodifesa nelle isole Nansei” che è stato rafforzato. Il cardinale ricorda allora lo spirito pacifista della Costituzione del Giappone che “sancisce la rinuncia alla guerra e il mantenimento delle forze armate” come frutto di “un’importante saggezza appresa dalle devastazioni della guerra da coloro che ci hanno preceduto”. Da qui l’appello: “Dobbiamo fermarci a riflettere se l’erosione graduale di questo spirito e l’avanzamento del rafforzamento militare senza un sufficiente dibattito nazionale porteranno all’instaurazione di una vera pace”.