Transito di san Francesco: mons. Baturi, “nessuno dovrebbe morire solo”

“Viviamo in una cultura che rimuove la morte, la nasconde oppure la anticipa e la ‘gestisce’ come un problema da risolvere. Francesco indica un’altra possibilità: guardare in faccia ciò che fa paura e chiamarlo ‘sorella’, senza negarlo e senza fuggirlo”. Lo afferma mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari e segretario generale della Cei, nell’omelia dei primi vespri della solenne commemorazione del Transito, che presiede oggi nella basilica di Santa Maria degli Angeli ad Assisi, nell’ottavo centenario della morte del santo. Guardare così, osserva, “è possibile solo se non si è soli”: per questo la Chiesa “ha da offrire una presenza: stare accanto a chi soffre, senza distogliere lo sguardo e senza avere fretta di chiudere la questione”. Il canto delle creature con cui Francesco morì è anche “una lezione di custodia”: “Chi canta sa che la vita è dono e che un dono si custodisce dal suo inizio fino al suo ultimo respiro”. In un mondo che misura tutto con l’utilità, la lode del santo “è una radicale profezia: dice che nessuna vita è senza valore, nemmeno quella che si spegne”. Nelle ultime parole di Francesco ai frati, prosegue il presule, “c’è un’intera pastorale: prossimità, custodia, cura”, che riguarda tutti, “dalle comunità parrocchiali alle famiglie, dagli hospice a chi assiste a casa un genitore anziano”: “Nessuno dovrebbe morire solo e nessuno dovrebbe essere lasciato solo a portare il peso di chi muore”.

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