Colombia: afro e indigeni in massa all’insediamento del presidente Petro. Tra le sfide colmare il deficit di diritti umani denunciato dal capitolo etnico della Cev

Non soltanto capi di Stato e ministri dei Paesi esteri (per l’Italia il ministro Andrea Orlando), rappresentanti delle istituzioni e dei partiti. Gustavo Petro, primo presidente di sinistra della storia della Colombia, ha invitato ieri alla sua cerimonia di insediamento – assieme alla vicepresidente Francia Márquez, leader afro -, anche la gente e in particolare le fasce più povere e le etnie più dimenticate. In decine di migliaia, tra cui molti afro e indigeni, hanno risposto per quella che, come racconta da Bogotá Cristiano Morsolin, esperto di diritti umani, “è stata una giornata vissuta in un clima allegro, da festa nazionale. La centrale carrera séptima è stata addobbata con bandiere che raffiguravano farfalle colorate, in omaggio al premio Nobel Gabriel García Márquez. Ora Petro cercherà di voltare pagina rispetto agli ultimi quattro anni di governo. Tra le priorità annunciate: fermare massacri leader sociali e ambientali. Durante il suo discorso Petro ha citato più volte e salutato Papa Francesco, dicendo: “Abbiamo bisogno di lui per la pace”.
I ritardi della Colombia nel rispetto dei diritti umani e le sfide che attendono il nuovo presidente sono risaltati, nei giorni scorsi, quando è stato presentato il capitolo “etnico” del rapporto elaborato dalla Commissione per il chiarimento della verità (Cev).
“Nei territori di 16 regioni colombiane dove i popoli etnici hanno subito la sistematica violazione dei loro diritti – denuncia Leyner Palacios, membro della Commissione, leader afro del dipartimento occidentale del Chocó e vittima del massacro di Bojayá -, si sono verificate una disputa per il potere e una disputa per lo sviluppo di progetti energetici minerari, come fattore di distorsione e di grave violazione dei diritti umani. Abbiamo ascoltato testimonianze di donne marchiate con barre di metallo incandescente, durante il conflitto armato, come nell’era coloniale. Quello colombiano è stato un conflitto anche razzista, tremendamente sproporzionato con 700 massacri contro i popoli afro, indigeni, razziali, rom. Dov’eravamo come società?”.
Denuncia Palacios: “Perché arriva lo sviluppo e le persone rimangono povere? Invitiamo i Paesi della comunità internazionale, dall’Europa e dagli Usa, che investono in progetti minerari, a riflettere, perché questo sviluppo sta provocando spargimenti di sangue di carattere etnico”. Conclude Morsolin: “La presentazione del capitolo etnico del rapporto Cev ha rilanciato il grido di razzismo e segregazione di centinaia di organizzazioni sociali che rappresentano indigeni, afro e campesinos, una priorità che deve assumere il nuovo presidente. Nella sede dell’Università Jorge Tadeo, sono stato testimone, come unico partecipante europeo insieme agli ambasciatori dell’Unione europea e della Spagna, della denuncia del saccheggio e del falso sviluppo portato dalle multinazionali occidentali e europee, comprese le italiane”.

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