Eritrea-Italia: appello di don Zerai (Habeshia) al premier Conte, “rispetto diritti umani sia requisito irrinunciabile”

Un appello al premier Giuseppe Conte e al nuovo ministro degli esteri Luigi Di Maio a “segnare una immediata, decisa discontinuità nei rapporti stabiliti dall’Italia nei confronti di Asmara”, abbandonando “quella politica di progressivo riavvicinamento” o  addirittura di “rivalutazione della dittatura di Isaias Afewerki”: lo rivolge oggi, in una lettera aperta, don Mussie Zerai, presidente dell’agenzia Habeshia, ad un anno dalla visita di Giuseppe Conte in Eritrea, dopo la firma del trattato di pace con l’Etiopia. Da allora, scrive don Zerai, “nulla è cambiato”, al contrario la situazione sul fronte diritti umani è peggiorata, come documentano recenti rapporti di Human rights watch e dell’Onu, che ha confermato il mandato alla Commissione d’inchiesta sulla violazione dei diritti umani. “L’Eritrea – afferma il sacerdote eritreo – è quello che è stata in tutti questi anni ed è tuttora – spingendo centinaia di migliaia di persone ad abbandonarla – non perché ci fosse la guerra con l’Etiopia ma perché ad Asmara è al potere una delle più feroci dittature del mondo”. Don Zerai ricorda la repressione di “ogni forma di dissenso, arresti, sparizioni forzate, carcerazioni senza alcuna accusa, galera, angherie e minacce anche nei confronti dei dissidenti della diaspora” e il servizio di leva a tempo indefinito che “ha trasformato il Paese in una enorme caserma-prigione, fornendo al regime sia soldati in armi che manodopera a bassissimo costo per un lavoro che rasenta la schiavitù”.  Tra gli ultimi episodi gravi la chiusura e la presa di possesso di sette scuole gestite da organizzazioni religiose (cattoliche, protestanti e musulmane), “completamente gratuite e frequentate dai ragazzi delle famiglie più povere ed emarginate” e di 21 ospedali e centri sanitari cattolici, tutti giustificati da una legge del 1995 che assegna alla esclusiva competenza dello Stato ogni forma di attività sociale e di assistenza: “Ma che questa legge sia soltanto un pretesto – precisa – emerge dal fatto che in realtà quegli istituti hanno operato per anni, senza che lo Stato si sia mai intromesso. C’è da credere, allora, che si tratti di una ritorsione contro la Chiesa Cattolica eritrea la quale, attraverso i suoi vescovi, ha sollecitato una concreta politica di riforme, l’attuazione della Costituzione approvata nel 1997 ma mai entrata in vigore, la convocazione di libere elezioni”. Don Zerai chiede perciò al governo italiano di mettere da parte la “realpolitik” ed impostare i rapporti diplomatici ed economici “ponendo precise condizioni preliminari”, ossia con “il rispetto dei diritti umani come requisito irrinunciabile e invalicabile, anteposto ad ogni altro genere di interessi”.

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