India: Amnesty lancia campagna #LetKashmirSpeak per porre fine al black out delle comunicazioni in Kashmir

Amnesty International India ha lanciato la campagna #LetKashmirSpeak per porre fine al prolungato blackout delle comunicazioni in Kashmir deciso dal governo centrale indiano.  “Il blackout va avanti ormai da un mese e sta avendo un grave impatto sulla vita quotidiana della popolazione del Kashmir, sulla salute fisica e mentale, sull’accesso a cure mediche e ad altri servizi primari e di emergenza”, ha dichiarato Aakar Patel, direttore di Amnesty International India. Sebbene sia stato annunciato il ripristino delle linee telefoniche terrestri, l’obsolescenza di questo servizio faciliterà ben poco le comunicazioni per gli otto milioni di abitanti del Kashmir. “Se in molti distretti del Jammu la situazione sta migliorando, la maggior parte del Kashmir è ancora sottoposta a un forte blackout delle comunicazioni. Privare un’intera popolazione del suo diritto alla libertà di espressione, di opinione e di movimento per un periodo di tempo indeterminato è come riportare indietro la regione di secoli. Da un mese a questa parte il governo indiano continua a dire che va tutto bene, ma non abbiamo sentito nessuna voce di conferma dal Kashmir. Questo è il segnale che non va tutto bene. Facciamo parlare il Kashmir”, ha aggiunto Patel.  Amnesty International India riconosce che il governo possa avere legittimi problemi di sicurezza tali da giustificare, in determinate circostanze, limitazioni ragionevoli alla libertà di espressione. Ma il blackout delle comunicazioni in corso “non è compatibile coi criteri di necessità, proporzionalità e legittimità stabiliti dall’articolo 19 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, di cui l’India è stato parte”. Quel blackout sta privando l’intera popolazione del Kashmir del diritto alla libertà di espressione e di opinione e dell’accesso alle informazioni: si tratta di una forma di punizione collettiva nei confronti di otto milioni di persone. “La mancanza di trasparenza nei criteri usati per interrompere tutti i servizi di comunicazione e sui meccanismi disponibili per contestare la legittimità di tali provvedimenti pone l’India in chiara violazione dei suoi obblighi internazionali”, accusa Amnesty, riferendo le poche notizie che trapelano: “Servizi di medicina d’emergenza non presidiati, arresti di massa, rastrellamenti notturni di bambini e giovani, torture e uso di proiettili di gomma e pallini da caccia contro i manifestanti”.

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