Suicidio assistito: Pessina (Un. Cattolica), “se non è un diritto, non si può introdurre il dovere di qualcuno ad assecondarlo”

“Se il suicidio non è un diritto, non si può introdurre il dovere di qualcuno ad assecondarlo, tantomeno di un’intera categoria professionale”. Lo afferma Adriano Pessina, docente di Bioetica ed ordinario di Filosofia morale all’Università Cattolica del Sacro Cuore in un intervento pubblicato su quotidianosanità.it. Intervenendo sulla recente sentenza della Consulta, Pessina sottolinea che “sarebbe paradossale che la volontà di un individuo di morire determinasse per legge l’obbligo di un’intera categoria professionale di assecondare questo fatto, dato che non esiste alcun diritto di morire”. Il docente di bioetica entra quindi nel merito della sentenza e si sofferma sul riferimento che la Corte ha fatto, in cui specifica che la non punibilità riguarderebbe solo persone affette da una “patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale”. “Questi criteri sono perlomeno generici e equivoci – afferma –, tanto che, presi alla lettera, non potrebbero nemmeno applicarsi tutti e tre al caso del dj Fabo, la cui situazione fisica era l’esito di un incidente stradale e non di una patologia irreversibile e che non era ‘tenuto in vita’ da supporti vitali”. “Questa sentenza favorisce una pericolosa confusione tra la rinuncia ai trattamenti e il suicidio assistito. La rinuncia ai trattamenti – aggiunge – non è equiparabile al suicidio: ciò che conduce alla morte il paziente, in caso di rinuncia ai trattamenti di sostegno vitale, non è né l’atto del suicida stesso né il farmaco che assume, ma la condizione patologica che risulta incompatibile con la vita, una volta venuto meno il sostegno vitale stesso”. Pessina ricorda inoltre che la legge sul consenso informato e le direttive anticipate, a cui si riferisce la Corte nella sua sentenza, “non prevede nessun avvallo ad atti suicidari o eutanasici”. “In realtà – puntualizza –, il fulcro del suicidio assistito è posto in una zona rilevantissima esistenzialmente, ma difficilmente valutabile, che riguarda il vissuto di chi si sente affetto da sofferenze psicologiche ritenute insopportabili. La Corte ha aperto la strada alla nuova burocrazia della morte: in che modo, con quali strumenti e procedure, da parte di chi e con quali competenze si potrà valutare la richiesta del paziente, misurarne il grado di libertà, consapevolezza e determinazione? E alla fine, chi aiuterà la persona a compiere su di sé l’atto finale che lo condurrà a morte? In quale luogo? A casa, in ospedale, in reparti ad hoc?”.

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