Brasile: Cimi su attacchi a territori indigeni, divisi in lotti e messi in vendita. Dom Paloschi, “prevalgono quasi sempre interessi economici”

Un nuovo modello di invadere e possedere le terre indigene si sta affermando in Brasile. È un modo rinnovato di appropriarsi dei terreni, che è ancora più aggressivo nel violare i diritti dei popoli. L’accusa viene dal “Rapporto sulla violenza contro le popolazioni indigene in Brasile – 2018”, redatto dal Consiglio indigenista missionario (Cimi) e presentato ieri a Brasilia. “Gli invasori di solito entravano nel territorio e rubavano legname, minerali, attentavano alla biodiversità, ma a un certo punto si sapeva che sarebbero partiti. Ora, invece, in molte regioni, vogliono la proprietà della terra calpestata e la invadono allo scopo di rimanere lì. Persino i territori ancestrali vengono divisi in lotti e venduti”, spiega Antonio Eduardo Cerqueira de Oliveira, segretario esecutivo di Cimi.
Quello che si dice poco, prosegue, è che “queste terre sono a uso esclusivo degli indigeni, ma appartengono allo Stato, le terre indigene sono patrimonio pubblico. Quindi possiamo dire che l’intera società brasiliana viene danneggiata in qualche modo. Perché, anche quando non completamente distrutti, questi beni naturali diventeranno proprietà o verranno e venduti a beneficio di pochi individui, vale a dire gli invasori criminali”.
“I popoli indigeni sono stati storicamente vittime dello Stato brasiliano perché, attraverso le istituzioni che rappresentano ed esercitano poteri politici, amministrativi, legali e legislativi, si agisce quasi sempre con riferimento a interessi marcatamente economici, non a diritti, questioni collettive, culturali, sociali e ambientali. La gestione pubblica è parziale perché assume la proprietà privata come sua logica, in contrasto con la vita, il benessere e la dignità umana”, ha affermato l’arcivescovo di Porto Velho, dom Roque Paloschi, presidente del Cimi.

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